Approfondimenti

Quando il Mostro non era ancora il Mostro

Come fu riconosciuta la serie del Mostro di Firenze tra il 1981 e il 1982, e perché questo cambia il modo di leggere le indagini precedenti.

di Alessandro Fantini · 2 settembre 2026 · Tempo di lettura: circa 18 minuti

Cronologia dei delitti e cronologia della scoperta della serie del Mostro di Firenze tra il 1968 e il 1982
Cronologia dei delitti e cronologia della scoperta. L’immagine sintetizza la distinzione centrale dell’approfondimento: la sequenza dei fatti oggi ricostruita non coincide con il modo in cui la serie venne progressivamente riconosciuta dagli investigatori.

La storia del Mostro di Firenze comincia nel 1968. Ma quella della sua scoperta comincia soltanto nel 1981.

La storia del Mostro di Firenze comincia nel 1968. Quella della sua scoperta, invece, comincia nel 1981. La distinzione può sembrare ovvia: nessuno, nel 1968 o nel 1974, poteva riconoscere una serie composta anche da delitti che non erano ancora avvenuti. Eppure è proprio questa ovvietà a essere spesso dimenticata quando le prime indagini vengono giudicate alla luce di ciò che sappiamo oggi. Per comprendere che cosa gli investigatori potessero sapere e ipotizzare in ciascun momento, occorre dunque ricostruire non soltanto la cronologia degli omicidi, ma anche quella delle conoscenze progressivamente acquisite nel corso dell’inchiesta.

Questo approfondimento si ferma al duplice omicidio di Baccaiano del 19 giugno 1982 e non prende in esame i successivi delitti di Giogoli, Vicchio e Scopeti. Il suo oggetto è la fase nella quale prese forma il riconoscimento della serie: dapprima attraverso il collegamento fra Rabatta (1974) e i due delitti del 1981; poi con l’estensione della sequenza, a ritroso, fino a Castelletti di Signa (1968).

Ricostruire il contesto significa collocare le indagini nel loro tempo, senza attribuire a chi le conduceva conoscenze maturate soltanto in seguito. Ciò non impedisce di valutarne le scelte e i limiti, ma richiede di partire da una domanda più concreta e più esigente: che cosa si poteva sapere e ipotizzare in quel momento?

Due cronologie della stessa vicenda

Nella cronologia oggi comunemente utilizzata per ricostruire la vicenda, il primo episodio è il duplice omicidio di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco, avvenuto nella notte fra il 21 e il 22 agosto 1968 a Castelletti di Signa. Seguono i duplici omicidi di Stefania Pettini e Pasquale Gentilcore, a Rabatta di Borgo San Lorenzo il 14 settembre 1974; di Carmela De Nuccio e Giovanni Foggi, a Mosciano di Scandicci il 6 giugno 1981; di Susanna Cambi e Stefano Baldi, a Travalle di Calenzano il 22 ottobre dello stesso anno; di Antonella Migliorini e Paolo Mainardi, a Baccaiano di Montespertoli il 19 giugno 1982.

La cronologia della scoperta segue un ordine diverso. Nel 1968, il delitto di Castelletti di Signa fu indagato e giudicato come un episodio maturato in un ambiente familiare e relazionale. Nel 1974, quello di Rabatta fu interpretato come il gesto isolato di un folle o di un maniaco, forse attratto dalla giovane vittima femminile: una lettura che trovò espressione anche nelle cronache del tempo, nelle quali si parlava apertamente di un «pazzo».18 Soltanto nel giugno 1981 il confronto fra i reperti balistici di Mosciano di Scandicci e quelli di Rabatta fece emergere il primo collegamento fra due delitti lontani quasi sette anni. Il duplice omicidio di Travalle di Calenzano, quattro mesi dopo, confermò e rafforzò il quadro che si era già delineato, trasformando la serialità in un problema investigativo non più eludibile.

Fu in quel contesto che cominciò a circolare l’espressione «Mostro di Firenze», generalmente ricondotta agli articoli di Mario Spezi per La Nazione. Nei titoli pubblicati dopo il delitto di Calenzano, la parola «mostro» era già entrata nel linguaggio giornalistico; nel 1983 Spezi riprese quell’espressione nel titolo di un libro dedicato al caso.19,21 Dopo Baccaiano, la ricerca dei possibili precedenti si spinse ancora più indietro e raggiunse il delitto del 1968, retrodatando la serie di altri sei anni.

Data e luogo Ciò che oggi vediamo Ciò che si sapeva allora
21–22 agosto 1968 – Castelletti di Signa Primo delitto ricondotto alla serie Un duplice omicidio considerato autonomo e ricondotto a un contesto familiare e relazionale
14 settembre 1974 – Rabatta di Borgo San Lorenzo Secondo delitto ricondotto alla serie Un delitto considerato isolato, senza collegamenti noti con altri episodi
6 giugno 1981 – Mosciano di Scandicci Terzo duplice omicidio Primo collegamento balistico con Rabatta (1974)
22 ottobre 1981 – Travalle di Calenzano Quarto duplice omicidio Il collegamento fra più delitti si consolida e diventa il centro dell’indagine
19 giugno 1982 – Baccaiano di Montespertoli Quinto duplice omicidio Un nuovo episodio conferma la serie e riapre la ricerca di precedenti compatibili
luglio–ottobre 1982 Il duplice omicidio del 1968 entra nella serie Recupero dei reperti, primi confronti e formalizzazione dell’accertamento balistico

Sintesi costruita sulle fonti elencate in calce.

Le due cronologie non si contraddicono, perché rispondono a domande diverse. La prima ordina i delitti alla luce delle conoscenze acquisite in seguito; la seconda ricostruisce ciò che si sapeva al momento dei fatti e mostra come il quadro investigativo si modificò progressivamente.

Signa 1968: il «primo delitto» visto a posteriori

Nel 1968 non esisteva, né poteva esistere, un «caso Mostro di Firenze». Esisteva il duplice omicidio di Castelletti di Signa: Barbara Locci e Antonio Lo Bianco erano stati uccisi all’interno di un’automobile, mentre sul sedile posteriore si trovava, addormentato, Natalino Mele, il figlio di sei anni della donna, contro il quale non fu compiuto alcun atto violento. Sui corpi delle vittime non furono riscontrate ferite da arma bianca. Non sappiamo se l’autore avesse con sé anche un’arma di quel tipo né, eventualmente, se intendesse usarla. È possibile che la presenza del bambino abbia influito sul suo comportamento e sulla permanenza nel luogo del delitto, ma non disponiamo di elementi che consentano di ricostruirne le intenzioni.22 Le indagini si concentrarono sull’ambiente familiare e sugli uomini che frequentavano Barbara Locci. Stefano Mele, marito della vittima, fu infine condannato per entrambi gli omicidi. La vicenda processuale e le questioni che ancora solleva costituiscono un tema autonomo; qui interessa soltanto il quadro nel quale quel delitto venne collocato.

Nel corso delle indagini furono raccolti bossoli e proiettili. Il rapporto giudiziario del 21 settembre 1968 ne registrò il rinvenimento; il verbale del 30 ottobre documenta che il perito Innocenzo Zuntini riconsegnò al magistrato la relazione, cinque bossoli e cinque proiettili.1,2 Quei reperti, ritrovati nel fascicolo nel 1982, avrebbero consentito di accertare il collegamento balistico con i delitti successivi.

Anche in questo caso è necessario distinguere il fatto dalla sua lettura retrospettiva. Dire che Signa fu «il primo delitto del Mostro» significa adottare la cronologia ricostruita in seguito. Per chi indagava nel 1968, quello di Signa era un duplice omicidio interpretato come un caso autonomo, certamente non l’inizio riconoscibile di una sequenza futura.

Rabatta 1974: gli indizi prima del riconoscimento della serie

Sei anni dopo il delitto di Signa, Stefania Pettini e Pasquale Gentilcore furono uccisi alle Fontanine di Rabatta. Sul corpo della giovane furono individuate 96 ferite da arma bianca: alcune inferte quando era ancora in vita, la maggior parte dopo la morte. Nella vagina era stato inoltre introdotto un tralcio di vite.22 La pistola impiegata, il ricorso all’arma bianca, la violenza esercitata sul corpo della giovane e le caratteristiche della scena avrebbero assunto, alla luce dei delitti successivi, un significato centrale. Nel settembre 1974, tuttavia, mancava ancora l’elemento che sarebbe emerso soltanto nel 1981: un secondo delitto collegabile a Rabatta attraverso i reperti balistici.

Questo limite delle conoscenze disponibili non rende irrilevanti gli interrogativi propri di quell’indagine. La borsetta di Stefania Pettini, allontanata dalla scena del crimine e ritrovata grazie a una telefonata anonima, resta un elemento meritevole di attenzione: sulla base della documentazione disponibile, è legittimo domandarsi quale significato le fosse stato attribuito e quali verifiche fossero state compiute.15 L’assenza di una serie riconosciuta può averne orientato l’interpretazione; non consente però, da sola, né di spiegare ogni scelta né di formulare giudizi conclusivi sull’operato di chi indagò.

Che nel 1974 non si potesse ancora parlare del «Mostro di Firenze» è evidente: non esistevano due delitti riconosciuti come opera della medesima arma. Questa constatazione è indispensabile per evitare il senno di poi. Non impedisce, tuttavia, di porre una domanda distinta: quali accertamenti risultano compiuti sulla borsetta e sulla telefonata anonima, e quali altri sarebbero stati concretamente possibili sulla base delle informazioni dell’epoca? Non si tratta di pretendere che gli investigatori riconoscessero una serie ancora ignota, ma di ricostruire il trattamento riservato agli indizi propri di quel singolo delitto.

Giugno 1981: il passato cambia significato

Il 6 giugno 1981, dopo il duplice omicidio di Mosciano di Scandicci, il confronto con Rabatta mutò il quadro. Sul corpo di Carmela De Nuccio comparve inoltre, per la prima volta nella sequenza, l’escissione della regione pubica.22 Già l’11 giugno il Corriere della Sera riferiva che i bossoli erano stati confrontati con quelli del 1974 e che i primi accertamenti indicavano l’impiego della stessa arma; ulteriori esami sarebbero stati effettuati a Roma.16

La scoperta della serie, dunque, non può essere fatta coincidere con il deposito di un’unica perizia né fissata in una sola data. Pochi giorni dopo il delitto, il collegamento balistico era già noto agli investigatori e aveva raggiunto la stampa; gli accertamenti peritali, tuttavia, proseguirono nei mesi successivi. Il 22 settembre 1981 fu conferito a Nunzio Castiglione, Innocenzo Zuntini e Ignazio Spampinato l’incarico per la perizia balistica relativa al delitto di Mosciano di Scandicci.4

Da quel momento, Rabatta cessò di essere soltanto un vecchio delitto irrisolto. Alla luce di Mosciano, assunse retrospettivamente un significato nuovo: due episodi separati da quasi sette anni risultavano collegati, almeno sul piano balistico, dall’impiego della medesima arma. Il quadro della serie era ancora incompleto, ma il suo primo nucleo riconoscibile era ormai emerso.

Ottobre 1981: la serialità diventa un problema operativo

Il 22 ottobre 1981 furono uccisi Susanna Cambi e Stefano Baldi a Travalle di Calenzano. Anche sul corpo di Susanna Cambi venne praticata l’escissione della regione pubica, ripetendo la mutilazione comparsa quattro mesi prima a Mosciano.22 Il nuovo delitto confermò e rafforzò l’ipotesi della serialità, producendo conseguenze immediate. Enzo Spalletti, detenuto nell’ambito delle indagini sul delitto di giugno, fu scarcerato due giorni dopo: il fatto che un altro duplice omicidio fosse avvenuto mentre si trovava in carcere mutava radicalmente il quadro indiziario nei suoi confronti.11

L’incarico per la perizia balistica relativa a Calenzano fu conferito il 24 ottobre; la relazione venne depositata il 22 gennaio 1982.5 Anche in questo caso, le prime acquisizioni investigative, la loro rappresentazione pubblica e la formalizzazione peritale seguirono tempi diversi. Nei giorni immediatamente successivi al delitto, tuttavia, i giornali parlavano ormai del «mostro» e presentavano la ripetizione dei delitti come l’opera di un’unica mano omicida.19

Non tutti gli accertamenti erano dunque già conclusi nell’ottobre 1981. È però ragionevole collocare in quel momento un passaggio decisivo: il collegamento emerso in giugno trovò una nuova e forte conferma. Non si trattava più soltanto di una possibilità suggerita dal confronto fra Rabatta e Mosciano, ma di un’ipotesi investigativa concreta che orientava ormai la ricerca.

Dopo Baccaiano: la ricerca procede a ritroso fino al 1968

Il duplice omicidio di Baccaiano del 19 giugno 1982 aggiunse un nuovo episodio alla sequenza ormai delineata e spinse gli investigatori a cercare possibili precedenti. A differenza dei due episodi del 1981, sui corpi di Antonella Migliorini e Paolo Mainardi non furono riscontrate ferite da arma bianca né mutilazioni. Mainardi, benché già ferito, riuscì a rimettere in moto l’automobile e a percorrere un breve tratto in retromarcia, portandola in una posizione molto più esposta. L’aggressore lo inseguì continuando a sparare contro la vettura; colpì i fari, lo ferì mortalmente e poi si allontanò. Mainardi morì alcune ore dopo nell’ospedale di Empoli. È plausibile che l’improvviso tentativo di fuga e il conseguente rischio di essere visto da persone di passaggio abbiano indotto l’omicida a interrompere l’azione; non è però possibile stabilire se intendesse praticare anche in questo caso una mutilazione.22,23 Fu in questa fase che il delitto di Castelletti di Signa entrò nel quadro.

Secondo la ricostruzione divenuta ufficiale, un ruolo decisivo fu svolto dal ricordo del maresciallo dei Carabinieri Francesco Fiori, che aveva prestato servizio a Signa nel 1968. Fiori avrebbe richiamato l’attenzione dei superiori sulle analogie con l’uccisione di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco, dando avvio alla ricerca del fascicolo processuale e dei reperti.

Gli atti restituiscono, tuttavia, un percorso meno lineare. Il 17 luglio 1982 il giudice istruttore Vincenzo Tricomi chiese alla Corte d’assise d’appello di Perugia il fascicolo del processo Mele, completo dei corpi di reato.6 La richiesta era comprensibile: un nuovo giudizio d’appello, celebrato in sede di rinvio dopo l’annullamento disposto dalla Cassazione, si era svolto dinanzi alla Corte d’assise d’appello di Perugia. Una nota del 1º aprile 1974 attesta, tuttavia, che gli atti erano già stati restituiti a Firenze.3 Dopo l’esito negativo della ricerca a Perugia, il 20 luglio 1982 il fascicolo venne richiesto alla cancelleria fiorentina, dove fu reperito.7

Al fascicolo risultava unita una busta contenente bossoli e proiettili riferiti al delitto del 1968. Il 22 luglio emerse una prima indicazione positiva sul collegamento balistico, non ancora formalizzata in una perizia e forse limitata al confronto fra alcuni bossoli di Signa e quelli di Baccaiano.20 Il 30 settembre l’esame comparativo fu affidato, come risulta dall’atto di conferimento, a Nunzio Castiglione e Ignazio Spampinato; la relazione datata ottobre 1982 concluse che i reperti di Signa, Rabatta, Mosciano, Travalle e Baccaiano provenivano da cartucce Winchester calibro .22 Long Rifle ed erano stati sparati dalla medesima pistola Beretta, serie 70.9,10 Sui fondelli dei bossoli ricorreva il contrassegno «H», destinato a diventare uno degli elementi più noti della vicenda.

Fu così che anche il delitto del 1968 venne ricondotto alla serie. L’episodio che oggi collochiamo al principio della sequenza fu, fra i cinque delitti allora collegati, l’ultimo a essere inserito nel medesimo quadro.

Fiori, l’anonimo e il «cittadino amico»

Come si arrivò, precisamente, a Signa? La relazione approvata nel 2022 dalla Commissione parlamentare antimafia ha riesaminato la documentazione e mostra la necessità di tenere distinte almeno tre vicende, spesso sovrapposte nelle ricostruzioni successive.20

La prima riguarda il già citato ricordo del maresciallo Francesco Fiori, posto alla base della ricostruzione divenuta ufficiale. La seconda è una lettera anonima del 27 giugno 1982, che invitava a riesaminare un fatto avvenuto nel 1968. Quella lettera, tuttavia, non indicava il duplice omicidio di Signa: richiamava il «fattaccio del Galluzzo», identificato con un diverso episodio, il tentato omicidio di Lorina Rulli del 22 maggio 1968. Il cosiddetto “fattaccio” era dunque una grave aggressione ai danni di una donna, non un duplice omicidio, e non risulta collegato alla serie attraverso l’arma impiegata. L’accostamento proposto dall’anonimo si fondava su una sua interpretazione delle caratteristiche dell’aggressione e del possibile movente, non su una corrispondenza balistica. Secondo la ricostruzione della Commissione, l’autore della lettera fu successivamente identificato in Claudio Marucelli De Biasi, allora detenuto, e interrogato senza che ne emergessero indicazioni utili per l’indagine.20 La terza vicenda riguarda il trafiletto pubblicato da La Nazione il 20 luglio 1982, con il quale i Carabinieri invitavano un non identificato «cittadino amico» a mettersi nuovamente in contatto con loro.17,20

La sovrapposizione fra questi elementi proseguì nei mesi successivi. Il 20 agosto 1982 Silvia Della Monica, magistrato della Procura di Firenze, chiese ai Carabinieri la restituzione di una lettera anonima che riteneva collegata alla scoperta di un quinto duplice omicidio. Il 24 agosto i Carabinieri le restituirono quattro missive e ricondussero quella relativa al 1968 all’episodio del Galluzzo, non a Signa.8 Eppure, in una rogatoria del 29 ottobre, Tricomi scrisse ancora che il quinto duplice omicidio era stato scoperto grazie a un anonimo.20

A quanto risulta, la Commissione non ha rintracciato alcun messaggio anonimo che indicasse direttamente Signa. Rimangono, tuttavia, alcune domande precise: a chi era rivolto l’appello pubblicato su La Nazione il 20 luglio? Perché Tricomi continuò a richiamare un anonimo dopo il chiarimento fornito dai Carabinieri? Contribuì al collegamento un’altra informazione raccolta in quei giorni, come quella annotata dal brigadiere Vincenzo Parretti, oppure l’impulso decisivo venne davvero dal ricordo di Fiori?20,24

I documenti disponibili non consentono di scegliere con certezza fra queste ipotesi, né autorizzano a trasformare l’ambiguità in prova di un depistaggio. Permettono però di affermare che l’origine precisa del collegamento con Signa non è stata ricostruita in ogni suo passaggio. L’incertezza non dipende soltanto dalle lacune documentali, ma anche dalla difficoltà di ricomporre le fonti disponibili in un’unica sequenza priva di incongruenze.

I reperti nel fascicolo: anomalia o prassi?

Anche la presenza dei bossoli e dei proiettili del 1968 all’interno del fascicolo ha dato origine a interpretazioni opposte. In un’informativa del 2005, il Gruppo investigativo delitti seriali (GIDES) definì poco chiare le circostanze del rinvenimento e osservò che i reperti non avrebbero dovuto trovarsi nel fascicolo.12 Nelle motivazioni della sentenza Micheli del 2010, relativa al procedimento Narducci, si sostenne invece che negli uffici giudiziari potevano rimanere per anni piccoli corpi di reato dimenticati, talvolta perfino spillati ai fascicoli senza che la loro posizione fosse regolarizzata.13

Quella indicata da Micheli è una possibile spiegazione fondata sulla prassi degli uffici, non la dimostrazione di ciò che accadde nel caso specifico. Il fatto che tale osservazione compaia nelle motivazioni di un provvedimento giudiziario non la trasforma in un accertamento sulla concreta catena di custodia o sull’autenticità dei reperti:14 Micheli richiama una situazione riscontrabile negli uffici giudiziari, senza ricostruire tutti i passaggi compiuti da quei reperti fra il 1968 e il 1982. D’altra parte, l’incompletezza della documentazione sulla loro custodia non dimostra che i bossoli o i proiettili siano stati inseriti nel fascicolo in un secondo momento o sostituiti.

Due dati risultano documentati: nel 1968 Zuntini riconsegnò al magistrato cinque bossoli e cinque proiettili insieme alla perizia; nel 1982 reperti attribuiti al delitto di Signa risultavano uniti al fascicolo e furono utilizzati per i confronti balistici. Fra questi due momenti non è stata finora ricostruita una catena di custodia integralmente documentata, corredata da inventari e verbali che consentano di seguire con precisione tutti i passaggi.

La conclusione più ragionevole è dunque questa: la collocazione dei reperti nel fascicolo può essere compatibile con una prassi dell’epoca, ma richiamare quella prassi non basta a ricostruirne la custodia nel caso specifico. Allo stesso modo, le lacune documentali non costituiscono una prova di manipolazione. La controversia va esposta, senza pretendere di risolverla per deduzione.

Una sola arma: autore unico o pluralità di autori?

Il collegamento balistico del 1982 stabilì la continuità balistica della serie: i reperti dei cinque episodi allora collegati furono attribuiti alla medesima pistola. Considerato insieme con la continuità della dinamica, la scelta delle vittime e gli altri elementi ricorrenti, questo dato sembra rendere l’ipotesi di un unico autore di gran lunga la più lineare.

Ciò non significa, tuttavia, che il dato balistico possa dimostrarla da solo. Esso prova l’impiego della medesima arma, non che a impugnarla sia stata necessariamente sempre la stessa persona. In astratto, una pistola può passare di mano, essere condivisa o venire utilizzata da persone diverse. Nel caso concreto, però, una simile ipotesi richiederebbe una spiegazione più complessa, capace di conciliare il passaggio o la condivisione dell’arma con gli altri elementi di continuità riscontrabili nella serie.

Questa precisazione non ridimensiona né la scoperta del collegamento balistico né la solidità dell’ipotesi dell’unico autore: serve soltanto a definire con esattezza la portata della prova. Il recupero dei reperti del 1968 aprì la strada alla pista sarda e indirizzò per anni l’inchiesta verso l’ambiente nel quale era maturato il delitto di Signa. Il dato balistico documenta l’identità dell’arma impiegata nei diversi episodi; l’attribuzione dei delitti a un unico autore deriva dalla valutazione complessiva di tutti gli altri elementi. Alla luce di tale valutazione, quella dell’unico omicida appare l’ipotesi più plausibile.

Comprendere il contesto, valutare le indagini

Nel 1968 era ovviamente impossibile confrontare Signa con delitti che non erano ancora avvenuti. Nel 1974 non esisteva una serie balisticamente riconosciuta e Rabatta veniva esaminato come un delitto autonomo, sulla base degli elementi allora disponibili. Nel giugno 1981 il collegamento con il 1974 era già stato reso noto anche dalla stampa; in ottobre, il duplice omicidio di Travalle confermò e rafforzò il quadro che si era delineato. Nel 1982 il passato venne riaperto, ma la strada che condusse a Signa resta meno lineare di quanto possa suggerire la ricostruzione consolidatasi in seguito.

Tenere conto di queste differenze consente di evitare due semplificazioni opposte. La prima consiste nel valutare le indagini iniziali come se tutte le conoscenze successive fossero già disponibili; la seconda nel ritenere che, poiché la serie non era ancora stata riconosciuta, non vi sia ragione di esaminare le scelte compiute. La verifica storica si colloca nello spazio fra queste due semplificazioni.

Per ogni passaggio occorre allora chiedersi quali informazioni fossero disponibili, chi ne fosse a conoscenza, quali verifiche fossero concretamente possibili e in che modo ogni nuovo delitto modificasse il quadro. Sono domande meno spettacolari di una teoria risolutiva, ma permettono di distinguere ciò che non poteva ancora essere compreso dagli aspetti delle indagini che meritano tuttora di essere esaminati.

La vicenda del Mostro di Firenze non è soltanto la storia di una sequenza di omicidi. È anche la storia del modo in cui quei fatti furono compresi, attraverso una conoscenza costruita a ritroso: Mosciano di Scandicci che restituisce un significato nuovo a Rabatta; Baccaiano che riporta gli investigatori fino a Castelletti di Signa; un vecchio fascicolo del 1968 che modifica la direzione dell’inchiesta. La distanza fra ciò che accadde e il momento nel quale venne compreso non è un dettaglio della narrazione: è uno dei temi centrali dell’intera vicenda.

Fonti e riferimenti

Atti e documenti

  1. Rapporto giudiziario n. 34/354 sul duplice omicidio di Signa, 21 settembre 1968, riproduzione digitale in Archivio Mostro di Firenze. Apri la fonte
  2. Verbale di consegna della perizia Zuntini e dei reperti, 30 ottobre 1968, riproduzione digitale in Archivio Mostro di Firenze. Apri la fonte
  3. Attestazione del ritorno a Firenze degli atti del processo Mele, 1º aprile 1974, riproduzione digitale in Archivio Mostro di Firenze. Apri la fonte
  4. Conferimento dell’incarico peritale relativo al delitto di Scandicci, 22 settembre 1981, riproduzione digitale in Archivio Mostro di Firenze. Apri la fonte
  5. Conferimento dell’incarico balistico relativo al delitto di Calenzano, 24 ottobre 1981, e consulenza depositata il 22 gennaio 1982, riproduzioni digitali in Archivio Mostro di Firenze. Incarico del 24 ottobre; consulenza del 22 gennaio
  6. Nota n. 357/81 del giudice istruttore Vincenzo Tricomi alla Corte d’assise d’appello di Perugia, 17 luglio 1982, riproduzione digitale in Archivio Mostro di Firenze. Apri la fonte
  7. Ricerca del fascicolo presso la Corte d’assise di Firenze, 20 luglio 1982, ricostruzione GIDES e riproduzione digitale. Apri la fonte
  8. Richiesta della Procura e risposta dei Carabinieri sulle quattro missive anonime, 20 e 24 agosto 1982, riproduzioni digitali. Apri la prima fonte; apri la seconda fonte
  9. Conferimento dell’incarico balistico a Nunzio Castiglione e Ignazio Spampinato, 30 settembre 1982, riproduzione digitale. Apri la fonte
  10. Consulenza balistica Castiglione–Spampinato, datata ottobre 1982, riproduzione digitale. Apri la fonte
  11. Scarcerazione di Enzo Spalletti, 24 ottobre 1981, riproduzione digitale in Archivio Mostro di Firenze. Apri la fonte
  12. Informativa GIDES n. 133/05, 2 marzo 2005, riproduzione digitale. Apri la fonte
  13. Sentenza del GUP Paolo Micheli nel procedimento relativo al caso Narducci, 20 aprile 2010, in particolare p. 23. Apri la fonte
  14. Corte di cassazione, sentenza n. 39401/2013, deliberata il 21 marzo 2013, sull’annullamento della sentenza Micheli. Apri la fonte
  15. Documenti e materiali relativi al duplice omicidio di Rabatta, raccolta documentaria di supporto al volume Mostro di Firenze: l’errore di Rabatta. Apri la fonte

Stampa dell’epoca

  1. “L’omicida di Firenze già sette anni fa commise un analogo delitto”, Corriere della Sera, 11 giugno 1981, riproduzione digitale. Apri la fonte
  2. Appello dei Carabinieri al «cittadino amico», La Nazione, 20 luglio 1982, riproduzione digitale. Apri la fonte
  3. “Il pazzo ha sparato sul giovane prima di infierire sulla ragazza”, Stampa Sera, 17 settembre 1974, riproduzione digitale. Apri la fonte
  4. “Forse il mostro dei campi non è più solo un’ombra”, La Nazione, 28 ottobre 1981, riproduzione digitale. Apri la fonte

Ricostruzioni istituzionali e bibliografiche

  1. Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere, Relazione sulle vicende concernenti il decesso di Francesco Narducci e sui delitti attribuiti al cosiddetto «Mostro di Firenze», Doc. XXIII, n. 37, 2022, in particolare sezione IX, pp. 82–100. Scheda Senato; PDF sezione IX
  2. Mario Spezi, Il mostro di Firenze, Sonzogno, Milano 1983, scheda del catalogo bibliografico SBN. Apri la fonte

Ulteriori atti e materiali documentari

  1. Corte d’assise di Firenze, sentenza di primo grado nel procedimento contro Pietro Pacciani, 1º novembre 1994, parte introduttiva dedicata alla ricostruzione della sequenza dei delitti. Apri la fonte
  2. Rilievi tecnici della Polizia scientifica e verbale di sopralluogo dei Carabinieri relativi al duplice omicidio di Baccaiano, giugno–luglio 1982. Apri i rilievi tecnici; apri il verbale dei Carabinieri
  3. Scheda documentaria sull’appunto del brigadiere Vincenzo Parretti, recante le date del 3 e del 7 luglio 1982, Archivio Mostro di Firenze. Apri la fonte

Nota sulle fonti

Le riproduzioni dell’Archivio Mostro di Firenze sono utilizzate per accedere agli originali; didascalie e commenti del sito non sono assunti come prova. Nei punti controversi, il testo distingue i documenti dalle interpretazioni. L’attribuzione a Mario Spezi dell’espressione «Mostro di Firenze» è riportata come ricostruzione comunemente accolta; le cronache dell’ottobre 1981 ne documentano comunque l’uso nei titoli. Le descrizioni sintetiche delle modalità dei primi cinque episodi si fondano sugli atti giudiziari e investigativi indicati ai numeri 22 e 23; le possibili intenzioni dell’aggressore a Signa e a Baccaiano sono presentate espressamente come ipotesi, non come fatti accertati.

Nota finale

Le considerazioni contenute in questo approfondimento hanno carattere storico, critico e documentale. Non intendono attribuire responsabilità personali ulteriori rispetto a quanto accertato o discusso nelle sedi giudiziarie competenti, né sostituirsi agli accertamenti compiuti nelle sedi proprie.