Intervista all’autore

Cinque domande sul libro Mostro di Firenze: l’errore di Rabatta

Una breve conversazione con Alessandro Fantini sul Mostro di Firenze, sul delitto di Rabatta e sulle ragioni del saggio.

Questa pagina presenta, in forma introduttiva, alcuni nodi centrali di Mostro di Firenze: l’errore di Rabatta: il ruolo del duplice omicidio di Rabatta del 1974, la borsetta di Stefania Pettini, l’origine dell’ipotesi da cui muove il saggio, il metodo documentario, il confronto tra alcuni episodi della serie e la funzione delle appendici. Il testo non sostituisce la lettura del volume, ma offre al lettore una prima guida al suo percorso critico e investigativo.

Perché tornare proprio al delitto di Rabatta del 1974?

Il delitto di Rabatta occupa una posizione particolare nella vicenda del Mostro di Firenze. Non perché consenta, da solo, di sciogliere tutti i nodi della serie, ma perché in quella scena del crimine convivono elementi che nei delitti successivi diventeranno ricorrenti — l’uso combinato della pistola e dell’arma bianca, la violenza estrema sul corpo della vittima femminile — e altri aspetti più specifici del 1974, a cominciare dalla borsetta di Stefania Pettini e dalla telefonata anonima che ne rese possibile il ritrovamento.

C’è però anche una ragione che riguarda la genesi stessa del libro. L’ipotesi che attribuisce a quella borsetta e alla telefonata un significato non marginale l’ho incontrata nel volume Il Mostro di Firenze esiste ancora di Valerio Scrivo. È attraverso quel libro, e soltanto attraverso quel libro, che io ne ho avuto conoscenza. Non so se altri l’avessero formulata prima di lui; a me non risulta. Per questo nel mio volume riconosco esplicitamente a Scrivo il merito di quell’intuizione. Mi è sembrata importante e, a mio avviso, ingiustamente sottovalutata: da qui è nato il tentativo di portarla al centro del dibattito e di verificarne la tenuta attraverso i documenti e alcuni approfondimenti tecnici.

Che cosa rende centrale la borsetta di Stefania Pettini?

La borsetta di Stefania Pettini è il dettaglio da cui nasce il percorso del libro. Non tanto per la sua sottrazione dalla scena del crimine, quanto per le modalità del successivo ritrovamento, avvenuto dopo una telefonata anonima ai Carabinieri. È un elemento piccolo solo in apparenza, perché apre una domanda semplice ma decisiva: chi poteva sapere dove si trovava quell’oggetto?

Il punto, però, non è assumere come vera l’interpretazione dalla quale sono partito. È metterla alla prova. Per questo sono tornato agli atti e alle deposizioni, cercando di ricostruire il più precisamente possibile tempi, luoghi e circostanze del ritrovamento. La risposta non viene proposta come certezza, ma come ipotesi critica da verificare: è da questo lavoro che nasce l’espressione “errore di Rabatta”.

Perché nel libro hanno tanto peso gli atti e le fonti?

In un caso così stratificato, attraversato da processi, ipotesi investigative, ricostruzioni giornalistiche e narrazioni spesso molto diverse tra loro, il primo problema è distinguere ciò che risulta dagli atti da ciò che è stato ipotizzato o raccontato nel tempo. Per questo il libro torna continuamente a verbali, deposizioni processuali, perizie, sentenze, documentazione investigativa e materiali verificabili.

Anche qui si colloca, a mio avviso, il contributo specifico del lavoro. Il libro di Scrivo ha un respiro molto ampio e ricostruisce l’intera vicenda del Mostro di Firenze; io ho scelto di restringere maggiormente il campo, tornando sulla sua intuizione attraverso la documentazione ufficiale e affiancandovi, dove possibile, verifiche tecniche mirate. Verificare significa anche essere disposti a precisare o a discutere alcuni passaggi delle ricostruzioni precedenti, quando i documenti non consentono di considerarli acquisiti.

Non rivendico quindi una primogenitura che non mi appartiene: considero originale soprattutto il tentativo di riportare al centro un’ipotesi che ritenevo importante e sottovalutata, di verificarla documentalmente e tecnicamente e di svilupparla nei limiti consentiti dalle fonti. Il sito nasce dalla stessa esigenza e mette a disposizione del lettore immagini, mappe, tabelle, documenti giudiziari, fonti audiovisive e note metodologiche utili a seguire e controllare il percorso del saggio.

Che rapporto c’è tra Rabatta, Baccaiano e Vicchio?

Rabatta, Baccaiano e Vicchio sono tre snodi importanti dell’analisi, ma non ho interesse a presentare come esclusivamente mia l’idea che alcuni comportamenti successivi ai delitti possano essere messi a confronto: anche Scrivo si era soffermato su questo terreno. Il mio tentativo è stato piuttosto quello di riprendere quella linea interpretativa, verificarla sistematicamente attraverso gli atti e svilupparne alcune possibili conseguenze.

Il punto non è forzare episodi diversi dentro una spiegazione precostituita. È chiedersi se, osservati insieme e nel loro contesto, possano rivelare continuità di comportamento che meritano di essere approfondite. Il volume prova a seguire questa domanda senza trasformarla in una strategia dimostrata e senza andare oltre ciò che i documenti consentono di sostenere.

Perché le appendici sono una parte sostanziale del volume?

Le appendici non sono un semplice apparato finale. L’Appendice A raccoglie e mette a confronto dati relativi agli otto duplici omicidi attribuiti al Mostro di Firenze: è una sezione pensata per offrire una visione d’insieme, ordinata e consultabile, delle ricorrenze e delle anomalie della serie. La versione estesa delle tabelle è disponibile su questo sito nella sezione Tabelle del volume.

Le appendici successive allargano invece lo sguardo ad alcuni sviluppi più recenti. In particolare, il percorso nato dalla verifica dell’ipotesi che avevo incontrato in Scrivo mi ha portato a confrontarla con una linea di ricerca indipendente che negli ultimi anni ha avuto una maggiore attenzione pubblica: quella dell’Uomo del Mugello, sviluppata da Paolo Cochi e ripresa anche dalla RAI nella trasmissione FarWest.

Le due ipotesi nascono da punti di partenza diversi e il libro non sostiene che l’una dimostri l’altra. Ho però ritenuto interessante mostrare come, in alcuni aspetti, possano arrivare a sfiorarsi. Anche questo fa parte del contributo che ho cercato di dare: partire da un’intuizione precedente, verificarla e approfondirla, e poi chiedermi se il percorso così costruito possa dialogare con un’altra pista, senza trasformare una possibile convergenza in una conferma reciproca.

Una nota sul metodo: sine ira et studio

Il motto posto in apertura del volume indica il criterio generale del lavoro: senza risentimento e senza parzialità. Significa provare a tenere insieme rigore e prudenza, senza ignorare le verità giudiziarie ma senza considerarle automaticamente sufficienti a spiegare l’intera vicenda del Mostro di Firenze.

Il metodo consiste nel tornare ai materiali disponibili, leggerli nel loro contesto e distinguere costantemente tra fatti documentati, testimonianze, valutazioni processuali, ipotesi investigative e interpretazioni critiche. Anche riconoscere con precisione ciò che viene dalle ricerche precedenti e distinguerlo da ciò che il libro verifica, precisa o sviluppa fa parte dello stesso metodo. È dentro questa distanza tra ciò che è stato accertato, ciò che è stato ipotizzato e ciò che resta senza risposta che il libro prova a muoversi.

Nota finale

Le considerazioni contenute in questa pagina hanno carattere storico, critico e documentale. Non intendono attribuire responsabilità personali ulteriori rispetto a quanto accertato o discusso nelle sedi giudiziarie competenti, né sostituirsi agli accertamenti compiuti nelle sedi proprie.