Nella notte fra il 21 e il 22 agosto 1968, Barbara Locci, 32 anni, e Antonio Lo Bianco, 29, furono uccisi a colpi di pistola all’interno di un’Alfa Romeo Giulietta ferma lungo una strada di campagna in località Castelletti di Signa.
Il delitto fu inizialmente considerato un episodio autonomo e portò alla condanna definitiva di Stefano Mele, marito di Barbara Locci. Solo nel 1982 i reperti balistici di Signa furono collegati alla stessa arma utilizzata nei duplici omicidi successivamente attribuiti al Mostro di Firenze.
Fonte di reperimento: la Repubblica – Il Venerdì, Gianluca Monastra, «Il Mostro di Firenze secondo la serie di Stefano Sollima. E i ricordi dell’unico testimone», 9 ottobre 2025. Autore della fotografia non indicato. Riproduzione a bassa risoluzione utilizzata a fini di critica, analisi e documentazione storica.
Castelletti di Signa è il primo, in ordine cronologico, degli otto duplici omicidi successivamente collegati sul piano balistico alla serie del Mostro di Firenze. La sua posizione nella vicenda resta però particolare: il fatto era già stato oggetto di un procedimento concluso con una condanna definitiva quando, quattordici anni dopo, fu riaperto in una prospettiva completamente diversa.
Il duplice omicidio del 1968
Barbara Locci e Antonio Lo Bianco si erano appartati nella Giulietta lungo una strada di campagna in località Castelletti. Entrambi furono colpiti da arma da fuoco: gli accertamenti medico-legali attribuirono quattro colpi a ciascuna vittima. Non risultano ferite da arma bianca, che compariranno invece nel successivo delitto di Rabatta del 1974.
Nell’automobile si trovava anche Natalino Mele, figlio di sei anni di Barbara Locci. Il bambino non fu aggredito: venne risparmiato. Le sue scarpe furono trovate all’interno della vettura. Verso le due del mattino raggiunse, scalzo, l’abitazione di Francesco De Felice a Sant’Angelo a Lecore e riferì che la madre e l’uomo che chiamava «zio» erano morti nell’auto.
La scena e i reperti
La Giulietta fu trovata con i corpi sui sedili anteriori, la portiera posteriore destra socchiusa e l’indicatore di direzione destro in funzione. Fra i reperti balistici figuravano cinque bossoli calibro .22: tre furono individuati all’esterno, sul lato sinistro dell’auto, e due all’interno durante una successiva ispezione.
Le comparazioni balistiche svolte negli anni successivi attribuirono i reperti di Signa alla stessa pistola utilizzata nei duplici omicidi successivi: una Beretta calibro .22 Long Rifle della serie 70. I proiettili repertati a Signa risultarono a palla ramata.
Arma e munizionamento Winchester «H»
Il collegamento della serie non riguarda soltanto la pistola. Nei diversi episodi ricorre anche munizionamento Winchester calibro .22 Long Rifle con marchio «H», utilizzato nel tempo sia con proiettili a palla ramata sia con proiettili a piombo nudo.
Le valutazioni peritali richiamate nella sentenza-ordinanza Rotella ricondussero, con sufficiente approssimazione, quel munizionamento a due sole partite o inscatolamenti, fino all’ipotesi di due confezioni commerciali da 50 cartucce ciascuna: una a palla ramata e una a piombo nudo. Nella stessa ricostruzione, tali partite sarebbero verosimilmente anteriori al primo delitto. È un elemento che rende più complessa l’ipotesi di un successivo passaggio non soltanto dell’arma, ma anche del relativo munizionamento.
Il contesto personale e familiare
Le prime indagini si concentrarono soprattutto nell’ambiente familiare e nelle relazioni sentimentali di Barbara Locci. Pur essendo sposata con Stefano Mele, la donna aveva avuto numerose relazioni sentimentali ed era una figura molto conosciuta nell’ambiente nel quale viveva; nelle ricostruzioni della vicenda viene ricordata anche con il soprannome di «ape regina».
Questo contesto contribuì a orientare fin dall’inizio l’attenzione verso possibili moventi di gelosia, familiari o relazionali. Le dichiarazioni rese nel tempo dai diversi protagonisti furono però contraddittorie e alimentarono una vicenda giudiziaria complessa, destinata a essere riletta molti anni dopo alla luce del collegamento balistico con la serie.
Natalino Mele
Il fatto che Natalino non sia stato toccato dall’aggressore costituisce uno degli aspetti più discussi del caso. Il bambino fu risparmiato, mentre Barbara Locci e Antonio Lo Bianco vennero uccisi a pochi metri da lui.
Le sue dichiarazioni cambiarono nel corso delle indagini, soprattutto riguardo al percorso compiuto dopo il delitto e all’eventuale presenza di altre persone. Occorre perciò distinguere i dati materiali — la sua presenza nell’auto, il mancato coinvolgimento nell’aggressione e il successivo arrivo a Sant’Angelo a Lecore — dalle diverse ricostruzioni sviluppate nel tempo sulla base dei suoi ricordi.
Nel luglio 2025 La Nazione ha riferito che un accertamento genetico disposto dalla Procura di Firenze avrebbe indicato Giovanni Vinci, anziché Stefano Mele, come padre biologico di Natalino. Il dato, per quanto rilevante per la ricostruzione del contesto familiare, non stabilisce di per sé chi abbia commesso il duplice omicidio né perché il bambino sia stato risparmiato.
Le indagini e la condanna di Stefano Mele
Stefano Mele, marito di Barbara Locci, inizialmente sostenne di essere rimasto a casa perché malato. In seguito ammise una propria partecipazione al delitto e, nel corso delle indagini, chiamò in causa persone diverse.
Mele fu infine condannato in via definitiva per il duplice omicidio del 1968. La condanna riguarda quel fatto e costituisce un dato giudiziario che deve essere tenuto distinto dalla successiva questione del collegamento di Signa alla serie.
Il problema che emerge dopo il 1982
Quando Signa fu collegato balisticamente agli altri duplici omicidi, emerse una difficoltà evidente: Stefano Mele era detenuto all’epoca del delitto di Rabatta del 1974. La sua condanna per il 1968 non chiarisce quindi chi abbia avuto la pistola negli anni successivi né esclude, da sola, la possibile partecipazione di altre persone al fatto originario.
Il collegamento con il Mostro di Firenze
Nel 1982, quando erano già stati riconosciuti i collegamenti tra Rabatta, Mosciano e Calenzano e si era verificato anche il duplice omicidio di Baccaiano, venne recuperato il fascicolo del procedimento relativo a Stefano Mele. I reperti balistici conservati furono sottoposti a comparazione.
Gli accertamenti ricondussero i bossoli e i proiettili di Signa alla stessa arma usata nei delitti successivi. Da quel momento il duplice omicidio del 1968 entrò retrospettivamente nella serie del Mostro di Firenze.
Questo dato va però interpretato con precisione: la balistica identifica la continuità dell’arma, non automaticamente quella della persona che la impugnò. L’ipotesi di un unico esecutore per l’intera serie evita di postulare successivi passaggi della pistola e delle munizioni fra persone diverse, ma Signa rimane il caso più problematico proprio per la precedente condanna di Mele e per le particolarità della scena del 1968.
Le differenze rispetto ai delitti successivi
Signa presenta alcune differenze materiali rispetto alla sequenza successiva: non risulta l’uso di un’arma bianca, non vi furono mutilazioni e nella vettura era presente un bambino che non venne aggredito.
Allo stesso tempo, la dinamica generale presenta elementi che diventeranno ricorrenti: una coppia appartata di notte in automobile, in un luogo isolato, colpita a distanza ravvicinata con la stessa arma da fuoco poi riutilizzata negli anni successivi.
Queste analogie e differenze non consentono, da sole, di risolvere la questione dell’identità dell’autore o degli autori. Rendono però Signa un nodo essenziale per comprendere sia la serie sia le difficoltà interpretative che l’hanno accompagnata.
L’approfondimento su Signa
Un approfondimento separato del sito esamina una questione più specifica: la possibilità che l’autore del duplice omicidio si trovasse già nell’area di Signa e abbia potuto raggiungere Castelletti senza disporre necessariamente di un’automobile propria.
L’articolo prende in esame il territorio, le distanze, le possibili modalità di spostamento e le conseguenze che questa ipotesi avrebbe sulla stima dell’età dell’omicida nel 1968, senza trasformare una possibilità logistica in una conclusione sull’identità del responsabile.
Mostro di Firenze, Signa 1968: e se l’omicida si fosse già trovato in zona?
Cosa sappiamo e cosa resta aperto
Dati documentati
- il duplice omicidio di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco;
- la presenza di Natalino Mele nell’automobile e il fatto che non fu aggredito;
- la condanna definitiva di Stefano Mele per il delitto del 1968;
- il recupero e la comparazione dei reperti balistici nel 1982;
- il collegamento della stessa arma alla serie dei delitti successivi.
Questioni ancora discusse
- la dinamica completa dell’azione del 1968;
- il significato delle diverse dichiarazioni di Natalino e Stefano Mele;
- l’eventuale presenza o partecipazione di altri soggetti;
- la continuità personale dell’autore fra il 1968 e i delitti successivi;
- le modalità attraverso cui arma e munizioni rimasero disponibili negli anni.
Documenti e materiali su Signa
Il sito mette a disposizione alcuni dei principali documenti utili a ricostruire il delitto del 1968 e il successivo collegamento alla serie.
Nota editoriale
Questa pagina distingue i dati documentati dalle ricostruzioni successive e dalle ipotesi interpretative. Il collegamento balistico identifica la continuità dell’arma, ma non risolve da solo la questione dell’identità dell’autore o degli autori dei singoli episodi.