Nella notte fra venerdì 9 e sabato 10 settembre 1983, Horst Wilhelm Meyer, ventitré anni, e Jens-Uwe Rüsch, ventiquattro, furono uccisi all'interno di un pulmino Volkswagen parcheggiato lungo via di Giogoli, sulle colline a sud-ovest di Firenze.
Il delitto di Giogoli, spesso ricordato come il «delitto dei due tedeschi», è il sesto degli otto duplici omicidi collegati sul piano balistico alla serie del Mostro di Firenze. È l'unico episodio della sequenza nel quale entrambe le vittime erano uomini. Non furono riscontrate ferite da arma bianca né praticate escissioni.
I due giovani furono raggiunti complessivamente da sette colpi di pistola; sulla scena vennero repertati quattro bossoli. Le analisi balistiche ricondussero l'arma a quella già impiegata nei cinque duplici omicidi precedenti. L'identità delle vittime, le particolarità della scena e alcune difficoltà negli accertamenti alimentarono interpretazioni ancora oggi discusse.
Dove avvenne il delitto di Giogoli
Il pulmino era un Volkswagen Transporter T1, descritto come bianco e celeste nella scheda cronologica dell’archivio Mostro di Firenze. Si trovava in uno spiazzo erboso accanto a via di Giogoli, nei pressi del muro di cinta della villa La Sfacciata. La strada percorre il crinale a sud-ovest di Firenze e attraversa il confine amministrativo fra Firenze e Scandicci.
Per questo gli atti utilizzano denominazioni non sempre uniformi: «Galluzzo, via Giogoli», «via dei Giogoli» e «Giogoli di Scandicci». La sentenza-ordinanza del giudice istruttore Mario Rotella colloca l'episodio nel comune di Scandicci. La denominazione Giogoli identifica comunque lo stesso luogo e viene adottata in questa pagina.
Le vittime erano due cittadini tedeschi che viaggiavano in Italia a bordo del pulmino. I loro nomi compaiono negli atti italiani anche con varianti nell'ordine dei prenomi e nella grafia dei cognomi. Qui vengono utilizzate le forme Horst Wilhelm Meyer e Jens-Uwe Rüsch.
La notte del 9 settembre 1983 e la scoperta dei corpi
L'automezzo Volkswagen era stato notato nello spiazzo già il giorno precedente. Giovanni Nenci dichiarò di averlo visto intorno alle 20:30 di giovedì 8 settembre e di averlo ritrovato nella stessa posizione nei passaggi successivi, compreso quello delle 20:30 del venerdì. Non riferì di aver osservato persone accanto al veicolo.
La relazione medico-legale collocò la morte dei due giovani, con l'approssimazione propria della valutazione dei fenomeni cadaverici, fra le 23:00 del 9 settembre e l'1:00 del 10 settembre. Nessuno assistette direttamente all'aggressione: non fu possibile stabilire l'ora esatta degli spari.
Il pulmino rimase nello spiazzo per gran parte del sabato. Rolf Reinecke, cittadino tedesco residente nella vicina villa La Sfacciata, ne notò la presenza verso le 9 del mattino. Secondo la ricostruzione riportata nella sentenza di primo grado del processo Pacciani, si avvicinò per parlare con gli occupanti, ma tornò alla propria automobile dopo essere stato richiamato dal clacson di un altro conducente, al quale stava ostacolando il passaggio. Non si rese conto che i giovani erano morti.
Ripassando in serata, Reinecke osservò i fori nei vetri, si accorse della presenza dei cadaveri e avvisò i Carabinieri intorno alle 19:45 del 10 settembre.
Il racconto di Reinecke presenta una differenza documentaria
La successiva nota investigativa GIDES n. 362/03, del 17 novembre 2003, riporta una versione parzialmente diversa dell'avvicinamento mattutino. Reinecke avrebbe osservato dall'esterno una persona apparentemente addormentata, bussato e chiamato senza ottenere risposta, per poi allontanarsi.
Le due ricostruzioni coincidono sul passaggio mattutino e sulla scoperta serale, ma non su tutti i particolari. Il lungo intervallo fra l'aggressione e l'intervento delle forze dell'ordine è inoltre rilevante per interpretare gli avvistamenti di altre automobili nella zona, senza che questo dimostri un loro coinvolgimento nel delitto.
Il pulmino Volkswagen, i fori dei proiettili e i bossoli
Quando gli investigatori raggiunsero lo spiazzo, la porta scorrevole sul fianco destro dell'automezzo era aperta. I rapporti iniziali non concordano, invece, sulle portiere anteriori: la Polizia le descrisse aperte, i Carabinieri chiuse. Le fotografie successive non risolvono il contrasto, poiché nel frattempo più persone avevano avuto accesso al veicolo.
Sulle pareti del pulmino furono osservati cinque fori d'ingresso: quattro attraverso i vetri laterali e uno nella lamiera posteriore sinistra. Due bossoli vennero recuperati nell'erba sul lato sinistro del mezzo, altri due nell'abitacolo, uno sul sedile anteriore destro e l'altro dietro di esso.
Il numero complessivo è dunque di quattro bossoli repertati, a fronte di sette colpi che raggiunsero le vittime. Tre bossoli non risultarono recuperati.
Nei pressi del Volkswagen furono trovati anche frammenti di riviste pornografiche, fra i quali pagine riconducibili alla testata Golden Gay. La loro provenienza non venne accertata: non è documentato se fossero appartenuti ai due giovani, fossero stati abbandonati da altre persone o fossero stati manipolati dall'aggressore. Non possono quindi essere utilizzati per attribuire alle vittime abitudini personali od orientamenti sessuali.
Il pulmino fu trasferito dalla scena la sera stessa. Durante la rimozione si disgregò parte del vetro anteriore destro, già lesionato da un proiettile. Di conseguenza alcune misurazioni dovettero essere ricostruite dalle fotografie, anziché ripetute direttamente sul veicolo. Il trasferimento fu motivato anche dall'esigenza di preservare il mezzo, ma ridusse la possibilità di riesaminare la configurazione originaria della scena.
Le ferite e la possibile dinamica dell'aggressione
Horst Wilhelm Meyer fu raggiunto da tre proiettili. Uno colpì la regione occipito-parietale senza penetrare nella cavità cranica; un secondo entrò dal fianco destro e attraversò, fra gli altri organi, fegato, pericardio e cuore, provocando la lesione mortale; il terzo entrò nella regione glutea sinistra e terminò nella parete addominale.
Jens-Uwe Rüsch fu raggiunto da quattro colpi: uno di striscio alla coscia sinistra, uno trapassante alla mano sinistra e due al volto. La ferita mortale fu provocata dal proiettile penetrato nella regione zigomatica sinistra, con interessamento cranio-encefalico. L'altro colpo al volto produsse lesioni al labbro e all'arcata dentaria.
I consulenti medico-legali proposero una ricostruzione nella quale l'aggressore avrebbe sparato dapprima dal lato destro del pulmino, poi si sarebbe spostato a sinistra e infine sarebbe tornato a destra per esplodere gli ultimi colpi contro Rüsch, nel frattempo spostatosi verso il fondo del veicolo. Secondo tale ipotesi, cinque proiettili attraversarono vetri o lamiera, mentre altri due passarono verosimilmente attraverso la portiera anteriore destra aperta.
Questa è la sequenza ritenuta più plausibile dai periti, non una cronologia dimostrata in ogni passaggio. La stessa relazione esaminò possibilità alternative e osservò che gli spari potevano essersi succeduti molto rapidamente, colpendo i due giovani anche in ordine alternato.
Perché furono uccisi due uomini? L'ipotesi di un equivoco sul sesso di una vittima
Giogoli è l'unico duplice omicidio della serie con due vittime maschili. Una delle spiegazioni proposte fin dalle prime ricostruzioni è che l'aggressore, osservando il Volkswagen dall'esterno, avesse creduto di trovarvi un uomo e una donna.
I vetri laterali erano opacizzati nella parte inferiore e lasciavano visibile soprattutto una fascia alta. Rüsch aveva corporatura esile e capelli biondi; alcune persone che lo videro riferirono di averlo inizialmente scambiato per una donna. L'assenza di ferite da coltello e di escissioni, presenti in alcuni precedenti episodi con vittime femminili, è compatibile con l'ipotesi che l'autore si fosse accorto dell'errore soltanto dopo gli spari.
Non sappiamo, però, se l’aggressore incorse davvero in quell’equivoco. La perizia criminologica di Francesco De Fazio considerò anche la possibilità che chi sparò sapesse già che nel pulmino si trovavano due uomini e avesse deciso ugualmente di aggredirli. Non è documentato quando l'autore osservò le vittime né che cosa potesse effettivamente vedere attraverso i finestrini.
La scelta del bersaglio e l'assenza di escissioni restano quindi elementi da interpretare con cautela. In particolare, non è corretto dedurre dalla scena del delitto quale fosse la natura del rapporto personale fra i due giovani.
L'altezza dell'omicida: una stima rimessa in discussione
La statura dell'aggressore fu oggetto di una controversa ricostruzione peritale. Quattro fori nelle fiancate e nei vetri del Volkswagen erano posti approssimativamente fra 137 e 140 centimetri dal suolo; la quota del quinto foro, in un vetro distrutto durante il trasporto, fu ricavata attraverso le fotografie.
Combinando tali misure con le traiettorie ipotizzate e con la posizione delle vittime, la perizia criminologica del 1984 arrivò a proporre uno sparatore alto più di 180 centimetri.
Nel corso del processo Pacciani, tuttavia, emerse un errore nel presupposto geometrico utilizzato: i corpi erano stati considerati sul pavimento del pulmino, mentre le fotografie mostravano che giacevano su un piano rialzato. Durante l'udienza del 15 luglio 1994, De Fazio riconobbe che, tenendo conto della quota effettiva — indicata nella deposizione nell'ordine di 70–80 centimetri —, non era più necessario postulare la statura proposta in precedenza.
La stima superiore a 180 centimetri perse quindi il proprio valore come misura attendibile dell'autore. Non ne derivò, però, una nuova altezza certa. Anche i tentativi successivi di calcolarla dipendono dalla postura dello sparatore, dalla distanza dal veicolo, dall'inclinazione dell'arma e dalle condizioni del terreno: non consentono di identificare una persona attraverso la sola statura.
Le automobili e le persone segnalate vicino allo spiazzo
Nei giorni successivi gli investigatori raccolsero dichiarazioni su diversi veicoli presenti lungo via di Giogoli, in momenti differenti.
Giovanni Nenci riferì di aver visto una Fiat 128 rossa targata Firenze alle 7:30 di venerdì 9 settembre. Disse inoltre che la moglie aveva notato un'automobile bianca la mattina seguente.
Giancarlo Menichetti dichiarò di avere visto sabato 10 settembre, fra le 9:30 e le 10:00, una Fiat 126 bianca parcheggiata a pochi metri dal Volkswagen, con la portiera sinistra leggermente socchiusa. Quando ripassò, trenta o quaranta minuti dopo, l'automobile non era più presente e uno sportello del pulmino risultava aperto.
Laura Simoncini riferì di aver osservato, intorno alle 21:00–21:15 del 9 settembre, un uomo che percorreva la sottostante via del Vingone. Lo descrisse come un individuo di circa quarantacinque anni, alto approssimativamente 170 centimetri e vestito con una maglietta celeste a strisce rosse e pantaloni scuri.
Il rapporto investigativo del colonnello Nunziato Torrisi, del 1986, mise quest'ultimo avvistamento in relazione con Salvatore Vinci, allora coinvolto nelle indagini della pista sarda. Si trattava di una valutazione investigativa: Simoncini non assistette al delitto, non fu raggiunta un'identificazione certa e l'ora indicata precede la finestra di morte proposta dai medici legali.
Nessuna di queste testimonianze dimostra che l'automobile o la persona osservata fosse collegata all'aggressione. Le segnalazioni attestano piuttosto che la zona fu percorsa da altri veicoli e persone prima della scoperta dei corpi.
Arma, munizioni e collegamento balistico con la serie
I quattro bossoli repertati a Giogoli provenivano da cartucce Winchester calibro .22 Long Rifle, contrassegnate sul fondello dalla lettera «H». Le comparazioni attribuirono le impronte caratteristiche alla stessa pistola Beretta della serie 70 già collegata ai cinque duplici omicidi precedenti: Signa 1968, Rabatta 1974, Mosciano 1981, Calenzano 1981 e Baccaiano 1982.
La perizia tecnico-balistica di Antonio Arcese e Giovanni Iadevito, svolta nel 1984, esaminò inoltre proiettili di diversa tipologia: uno ramato e sei proiettili o frammenti in piombo nudo. I due tipi di palla, già osservati in episodi precedenti, risultavano quindi presenti insieme a Giogoli.
Il marchio «H» identifica il tipo di contrassegno riportato sul fondello; il collegamento balistico deriva dalle impronte lasciate dall'arma, non dalla sola lettera.
Giogoli e le indagini sulla pista sarda
Alla data del delitto Francesco Vinci, sul quale si concentrava una parte importante delle indagini della cosiddetta pista sarda, era detenuto dall'agosto 1982. L'aggressione di Giogoli rendeva quindi impossibile considerarlo l'esecutore materiale unico di tutti i duplici omicidi collegati alla stessa arma.
La circostanza non portò però a un'immediata chiusura della pista. Gli investigatori vagliarono spiegazioni alternative: il passaggio della pistola ad altri, l'eventuale partecipazione di complici e perfino la possibilità che il nuovo delitto fosse stato commesso per scagionare Vinci.
La sentenza-ordinanza del giudice istruttore Mario Rotella del 13 dicembre 1989 ricostruì il progressivo venir meno degli indizi e si concluse con il proscioglimento degli indagati della pista sarda.
Giogoli ebbe dunque conseguenze rilevanti sull'indagine, ma non è corretto descrivere il proscioglimento di Vinci come un effetto automatico e immediato dell'omicidio: seguirono ulteriori accertamenti.
Il blocco Skizzen Brunnen e il portasapone Deis nel processo Pacciani
Fra i reperti discussi nel successivo processo a Pietro Pacciani ebbero particolare rilievo due oggetti sequestrati nel 1992 nei suoi immobili: un blocco da disegno Skizzen Brunnen e un portasapone con il marchio «Deis».
L'accusa sostenne che provenissero dal Volkswagen e fossero appartenuti a Horst Wilhelm Meyer. Per il blocco furono valorizzati il tipo di materiale usato dalla vittima, informazioni raccolte presso un negozio di Osnabrück e alcune scritte sul retro; per il portasapone, i riconoscimenti non categorici di familiari e conoscenti.
La Corte d'Assise di Firenze, nella sentenza di primo grado del 1994, ritenne provata la provenienza del blocco dalla disponibilità di Meyer. Pacciani diede spiegazioni non uniformi su come fosse entrato in possesso degli oggetti e la difesa ne contestò il riconoscimento e la provenienza.
La successiva assoluzione in appello fu annullata dalla Cassazione, ma Pacciani morì prima del nuovo giudizio. Non esiste pertanto una decisione definitiva sulla sua responsabilità per Giogoli, né una valutazione conclusiva, passata in giudicato nel suo procedimento, sulla provenienza dei due oggetti. Per la successione dei giudizi si veda la ricostruzione della vicenda giudiziaria di Pietro Pacciani.
Orario del delitto, condizioni atmosferiche e luce lunare
La collocazione dell'aggressione fra le 23:00 del 9 settembre e l'1:00 del 10 settembre 1983 deriva dagli accertamenti medico-legali e resta una stima. Non va confusa con gli orari riferiti da chi segnalò persone o automobili nei dintorni della scena.
Per il confronto astronomico fra gli otto episodi, la tabella A5 di Mostro di Firenze: l'errore di Rabatta, nella versione aggiornata pubblicata sul sito, considera a Giogoli la fascia più ampia 21:00–24:00. In tale intervallo la Luna era una falce crescente illuminata per circa il 10,3–11,2%. Alle 21:00 era ancora sopra l'orizzonte geometrico, ma già molto bassa, a circa 3°, e tramontò intorno alle 21:15.
Il suo eventuale contributo luminoso diretto riguarda quindi soltanto l'inizio della fascia di confronto e poteva essere limitato anche dalle caratteristiche del terreno. Nella finestra medico-legale 23:00–01:00, la Luna era già sotto l'orizzonte e non forniva luce lunare diretta. La visibilità effettiva dipendeva comunque da eventuale nuvolosità, vegetazione, luci del pulmino e fari di altri veicoli.
La stazione meteorologica di Firenze Peretola registrò per il 9 settembre 1983 una temperatura minima di 14,2 °C, una massima di 30,2 °C e precipitazioni nulle. Si tratta di dati rilevati a distanza dalla piazzola, non di misurazioni effettuate a Giogoli durante l'aggressione.
Condizioni lunari nei duplici omicidi
Il confronto degli otto episodi mostra situazioni astronomiche diverse. A Giogoli la Luna tramontò prima dell'intervallo di morte stimato, mentre in altri episodi fu presente per una parte o per tutta la fascia considerata. Le sole percentuali di illuminazione del disco non permettono di determinare quanta luce raggiungesse concretamente ciascuna scena.
Gli esiti giudiziari
Pietro Pacciani fu condannato in primo grado anche per il delitto di Giogoli e successivamente assolto in appello. La Corte di Cassazione annullò l'assoluzione disponendo un nuovo giudizio, che non si celebrò perché l'imputato morì nel febbraio 1998. Nel suo procedimento non fu quindi pronunciata una condanna definitiva.
Nel distinto processo ai cosiddetti «Compagni di Merende», le dichiarazioni di Giancarlo Lotti collocarono a Giogoli lo stesso Lotti, Pacciani e Mario Vanni, attribuendo loro ruoli differenti. La Corte d'Assise d'Appello di Firenze, con sentenza del 31 maggio 1999, affermò la responsabilità di Vanni e Lotti anche per questo episodio. La Cassazione rese definitive le condanne il 26 settembre 2000: ergastolo per Vanni e ventisei anni di reclusione per Lotti.
Cosa sappiamo e cosa richiede cautela
Dati documentati
- Il duplice omicidio fu commesso nella notte fra il 9 e il 10 settembre 1983 e i corpi furono scoperti nel pulmino Volkswagen la sera del 10 settembre.
- Meyer e Rüsch furono raggiunti rispettivamente da tre e quattro colpi di pistola.
- Sul veicolo furono documentati cinque fori d'ingresso; sulla scena vennero repertati quattro bossoli.
- Gli accertamenti attribuirono i reperti alla stessa arma utilizzata nei cinque duplici omicidi precedenti.
- A Giogoli risultarono presenti proiettili ramati e in piombo nudo; non furono riscontrate ferite da arma bianca né escissioni.
- Mario Vanni e Giancarlo Lotti furono condannati in via definitiva anche per questo episodio.
Questioni controverse o non accertate
- L'ordine esatto degli spari e dei movimenti delle vittime all'interno del pulmino.
- L'eventuale equivoco sul sesso di Rüsch da parte dell'aggressore e la ragione della scelta del bersaglio.
- La provenienza dei frammenti di rivista rinvenuti nei pressi del Volkswagen.
- Lo stato originario delle portiere anteriori e alcuni dettagli del passaggio mattutino di Reinecke.
- Un possibile legame con il delitto delle persone e delle automobili segnalate dai testimoni.
- Una stima affidabile della statura dell'autore e la provenienza degli oggetti sequestrati a Pacciani.
Nota editoriale
Questa ricostruzione distingue i rilievi del 1983 dalle valutazioni peritali, dalle testimonianze successive e dagli esiti dei processi. In particolare, l'ipotesi di un equivoco sul sesso di una delle vittime, la sequenza degli spari e la statura dell'aggressore non vengono presentate come fatti accertati. La disponibilità di copie incomplete di alcuni atti, le divergenze fra testimonianze e le modifiche subite dalla scena rendono necessaria cautela su diversi particolari. La ricostruzione si basa sui rilievi, sugli accertamenti medico-legali e balistici, sulle testimonianze e sulla documentazione giudiziaria richiamata nel testo.