Mostro di Firenze · Baccaiano 1982

Baccaiano 1982: Antonella Migliorini, Paolo Mainardi e il Mostro di Firenze

Il duplice omicidio scoperto pochi minuti dopo l’aggressione, la Fiat 147 spostata attraverso la strada, le testimonianze discordanti su dove fu trovato Paolo Mainardi, le chiavi dell’auto e il successivo collegamento di Signa alla serie.

A cura di Alessandro Fantini · 8 ottobre 2026 · Tempo di lettura: circa 13 minuti

In sintesi

Nella tarda serata di sabato 19 giugno 1982, Antonella Migliorini, diciannove anni, e Paolo Mainardi, ventidue, furono aggrediti mentre si trovavano appartati in automobile presso Baccaiano, nel comune di Montespertoli, in provincia di Firenze.

È il quinto degli otto duplici omicidi oggi collegati sul piano balistico alla serie del Mostro di Firenze. Fu scoperto a brevissima distanza dall’aggressione: Migliorini era già morta, mentre Mainardi venne soccorso ancora vivo, ma privo di conoscenza. Morì la mattina del 20 giugno senza averla ripresa.

Nel 1982 Baccaiano fu il quarto duplice omicidio riconosciuto come parte della sequenza: il precedente di Signa del 1968 sarebbe stato collegato alla stessa arma soltanto nelle settimane successive. La rapidità della scoperta, il transito di più automobilisti e la presenza di Mainardi ancora in vita rendono Baccaiano diverso dagli altri episodi. La scena conserva inoltre tracce di uno spostamento della vettura in retromarcia, comunemente interpretato come il tentativo di fuga del giovane durante l’aggressione.

Baccaiano o Montespertoli?

Il delitto avvenne lungo via Virginio Nuova, a circa ottocento metri dall’abitato di Baccaiano, nel territorio comunale di Montespertoli. Le denominazioni «Baccaiano» e «Baccaiano di Montespertoli» indicano dunque lo stesso episodio. Nella documentazione del 1982 varia anche il nome della strada: la Polizia scientifica scrive «via Virginio Nuovo», mentre i Carabinieri utilizzano «via Nuova Virginio» o «Nuova Virginio».

In questa pagina viene adottata la denominazione breve Baccaiano, mantenendo Montespertoli come riferimento geografico.

La notte del 19 giugno 1982 e la scoperta della scena

Dopo avere trascorso la serata fra familiari e amici, Antonella Migliorini e Paolo Mainardi si allontanarono intorno alle 22:30. Si fermarono in una piazzola sterrata lungo la strada, con l’automobile perpendicolare alla carreggiata e la parte anteriore rivolta verso i campi. La piazzola era circondata in parte da vegetazione, ma si affacciava direttamente su una via percorsa anche di notte.

Secondo quanto riferito da Antonio Segnini, sulla base dei racconti degli amici raccolti dopo il delitto, Antonella temeva molto l’omicida delle coppie appartate e voleva evitare i luoghi troppo isolati. La piazzola, pur offrendo una certa riservatezza, si affacciava su una strada di passaggio e poteva presumibilmente apparire meno pericolosa di altri luoghi.

Il primo riferimento della sequenza testimoniale è Francesco Carletti, che vide l’automobile ancora nella piazzola, con la luce interna accesa e i vetri appannati, senza notare persone o altri veicoli. Poco dopo, Stefano Calamandrei e Adriano Poggiarelli la videro sul lato opposto della strada, con le ruote posteriori nella cunetta: inizialmente pensarono a un incidente.

Dalla direzione opposta sopraggiunsero Concetta Bartalesi e Graziano Marini, che riferirono di aver udito poco prima rumori o «scoppiettii», senza riconoscerli subito come colpi di pistola. I quattro tornarono quasi contemporaneamente a controllare l’auto e si resero conto della gravità dell’accaduto. Si separarono per chiedere aiuto ai Carabinieri e per chiamare un’ambulanza.

Mainardi respirava ancora, ma era incosciente. Fu trasportato all’ospedale di Empoli, dove arrivò intorno alle 00:30 del 20 giugno; morì verso le 8 del mattino, senza avere ripreso conoscenza. Il sopralluogo della Polizia scientifica, iniziato intorno all’una, documentò pertanto la scena quando Mainardi era già stato rimosso dalla vettura.

Una cronologia insolitamente ravvicinata

Incrociando le testimonianze con i tempi di percorrenza, è possibile ricostruire una sequenza piuttosto ravvicinata degli eventi. Fra le 23:40 e le 23:42, Francesco Carletti vide la Fiat 147 ancora nella piazzola. Intorno alle 23:45, Stefano Calamandrei e Adriano Poggiarelli notarono invece l’automobile già finita fuori strada. Verso le 23:48–23:49, Concetta Bartalesi e Graziano Marini udirono alcuni rumori, verosimilmente colpi di pistola. Le due coppie tornarono quasi contemporaneamente sul luogo fra le 23:52 e le 23:54. Bartalesi ricordò di aver guardato l’orologio alle 23:55, poco prima di allontanarsi.

La ricostruzione consente di circoscrivere gli avvenimenti, ma non di stabilire l’ora esatta dei singoli spari. Gli orari intermedi sono stime, mentre la chiamata all’ambulanza delle 00:10 trova conferma nel registro di servizio.

Consulta la cronologia completa – Tabella 7.2

La Fiat 147 e i reperti

La vettura era una Fiat 147 color blu adriatico, modello prodotto in Brasile e derivato dalla Fiat 127. Gli stessi atti del 1982 ne riportano denominazioni discordanti: la Polizia scientifica usa «FIAT 147 “seat”», un verbale dei Carabinieri la indica come Fiat 127 e un’ispezione successiva come Fiat 147. Non risulta invece un modello di serie denominato «Seat 147»; la forma deriva verosimilmente dalla confusione con la SEAT 127.

Dopo l’aggressione l’auto si trovava obliqua rispetto alla carreggiata, sul lato opposto a quello della piazzola, con le ruote posteriori scese nella cunetta. Il finestrino anteriore sinistro era infranto, il parabrezza presentava un foro di proiettile e i fari anteriori risultavano danneggiati. Non tutti i danni ai gruppi ottici furono tuttavia attribuiti a colpi d’arma da fuoco.

Fiat 147 di Paolo Mainardi sul margine della strada dopo il duplice omicidio di Baccaiano del giugno 1982
Baccaiano di Montespertoli, notte fra il 19 e il 20 giugno 1982. La Fiat 147 delle vittime sul margine della carreggiata, con le ruote posteriori nella cunetta. Nell’immagine la portiera destra è aperta, ma la scena è già stata interessata dalle operazioni di soccorso: il particolare non permette di ricostruire da solo la sua posizione durante l’aggressione. Fonte: sito «A Crime To Remember»; riproduzione a bassa risoluzione utilizzata a fini di critica, analisi e documentazione storica.

Nell’abitacolo risultavano la retromarcia innestata, il freno a mano tirato per gran parte della corsa e i comandi delle luci in posizione di accensione; mancavano invece le chiavi dal quadro. Il sedile del conducente era parzialmente reclinato e furono osservate estese tracce di sangue.

Gli investigatori recuperarono nove bossoli Winchester calibro .22 Long Rifle in più punti della scena. Secondo la sintesi peritale di De Fazio, tre erano nella piazzola originaria, due sulla carreggiata, tre davanti all’auto nella posizione finale e uno nell’abitacolo. I verbali non concordano però sulla posizione esatta di alcuni bossoli: per questo la loro distribuzione non permette, da sola, di stabilire con certezza l’ordine degli spari e gli spostamenti dell’omicida.

Durante un’ispezione successiva, il 26 giugno 1982, fu recuperato nell’abitacolo anche un frammento di piombo appiattito non repertato nel primo esame. È un esempio concreto del limite delle ricostruzioni basate su una scena già modificata dal soccorso e dagli accertamenti successivi.

Le lesioni e l’assenza di escissioni

Antonella Migliorini fu raggiunta da due proiettili alla regione frontale; Paolo Mainardi da quattro colpi, descritti dai rilievi medico-legali come provenienti dal lato sinistro o diretti verso quella parte del corpo. A differenza di quanto accaduto a Rabatta, Mosciano e Calenzano, a Baccaiano non furono riscontrate ferite da arma bianca. Non vennero neppure praticate le escissioni già osservate a Mosciano e Calenzano. Le piccole ferite da taglio su Migliorini furono attribuite ai frammenti del vetro infranto.

Tra i capelli di Mainardi fu trovata la barretta deformata del cinturino dell’orologio di Antonella. Il reperto suggerisce una stretta vicinanza fisica dei due in una fase della rottura del vetro, ma non consente di ricostruire con certezza l’intera posizione dei loro corpi durante gli spari.

Il tentativo di fuga e lo spostamento dell’automobile

È documentato che la Fiat 147 si trovava inizialmente nella piazzola e che attraversò poi la strada in retromarcia. La ricostruzione ritenuta più convincente da De Fazio ipotizza che Mainardi, ferito, abbia tentato di sottrarsi all’aggressione mettendosi alla guida mentre chi sparava si spostava accanto alla vettura e continuava a fare fuoco.

La ricostruzione è coerente con diversi elementi, ma presenta problemi nel rapporto fra traiettorie, vetri, tracce ematiche e posizione dei due giovani. È stata anche formulata l’ipotesi che a spostare l’auto fosse stato l’aggressore; la documentazione consultata non permette però di assumerla come fatto accertato. Il tentativo di fuga di Mainardi resta la spiegazione più plausibile dello spostamento dell’automobile.

Dove fu trovato Paolo Mainardi?

Le testimonianze non concordano sulla posizione di Mainardi al momento del soccorso. I primi quattro giovani che si avvicinarono all’auto lo collocarono nella parte anteriore, sul lato del conducente. Alcuni soccorritori che lo estrassero ricordarono invece che si trovava sul divanetto posteriore, o con gran parte del corpo nella zona retrostante.

Una dichiarazione resa nell’immediatezza da Mario Di Lorenzo descriveva una posizione intermedia: gambe sul sedile anteriore, busto fra i sedili e testa nella parte posteriore. Le testimonianze potrebbero riferirsi a momenti diversi, prima e durante le manovre di soccorso, oppure a un corpo reclinato fra la parte anteriore e quella posteriore dell’abitacolo. Non è possibile stabilire se Mainardi avesse cambiato posizione da solo mentre era ancora vivo.

Un dato che le fotografie non possono risolvere

Quando la Polizia scientifica iniziò i rilievi fotografici, Paolo Mainardi era già stato trasferito in ospedale. Nel fascicolo non esiste quindi una fotografia che documenti la posizione in cui fu trovato dai primi intervenuti e che permetta di stabilire quale delle diverse versioni testimoniali sia corretta.

Le chiavi dell’auto: un interrogativo ancora aperto

Un dettaglio centrale del caso riguarda le chiavi dell’automobile. Al sopralluogo iniziale non si trovavano nel quadro d’accensione; il loro successivo ritrovamento all’esterno è richiamato dalla perizia De Fazio e dalle deposizioni del colonnello Silvio Ghiselli. Non sono però documentati con uguale certezza il momento del recupero e la distanza dalla vettura.

De Fazio parla genericamente di alcuni metri nel campo adiacente. Nel 1994 Ghiselli ricordò che le chiavi non erano state trovate la notte del delitto e furono recuperate in seguito; nel 1997, sottolineando l’incertezza del proprio ricordo, indicò una proda erbosa sopraelevata. In un’intervista del 2020 Luciano Fattorini parlò invece di un ritrovamento dopo alcuni giorni e a una distanza di circa cinquanta metri. Le diverse versioni non consentono di fissare una misura o una data come sicuramente accertata.

Non è documentato chi tolse o gettò le chiavi, né perché. Valerio Scrivo aveva ipotizzato che la loro scomparsa dal quadro e il successivo ritrovamento potessero avere un significato depistante. In Mostro di Firenze: l’errore di Rabatta questa possibilità viene ripresa, confrontata con le testimonianze e messa in relazione con altri episodi della serie, in particolare con Rabatta. È uno degli interrogativi approfonditi nel volume, non un fatto accertato.

La falsa notizia su Mainardi e le telefonate anonime

Mainardi non riprese mai conoscenza e non fornì indicazioni sull’aggressore. Secondo quanto ricordato successivamente dal magistrato Pier Luigi Vigna, gli investigatori fecero però circolare la notizia che il giovane avesse potuto raccontare qualcosa prima di morire: lo scopo era provocare una reazione da parte dell’omicida. Vigna non attribuì con certezza l’iniziativa a una persona specifica.

Lorenzo Allegranti, autista volontario dell’ambulanza, riferì di aver ricevuto telefonate anonime da un interlocutore che si qualificava, in occasioni diverse, come appartenente alla magistratura o come «il Mostro». Le versioni rese nelle deposizioni, in una denuncia del 1984 e in interviste successive divergono per numero, tempi e contenuto delle chiamate. Allegranti precisò inoltre che l’interesse del chiamante per eventuali parole di Mainardi era in parte una propria interpretazione.

Le telefonate furono denunciate, ma non emerge una verifica tecnica capace di identificare chi le effettuò. Non possono dunque essere attribuite con certezza all’autore del duplice omicidio.

Un avvistamento e un reperto di pertinenza incerta

Nel gennaio 1983 Bruno Manetti e Carlo Alberto Falteri riferirono di aver incontrato, la sera del delitto, un uomo a piedi sulla strada a circa cento metri dal luogo. La fascia oraria da loro indicata, fra le 22:30 e le 22:45, precede sensibilmente quella suggerita dai passaggi immediatamente anteriori alla scoperta della scena. Non è stato accertato alcun collegamento fra quell’uomo e l’aggressione.

La mattina del 20 giugno 1982 fu inoltre rinvenuta nella piazzola una confezione vuota del farmaco Norzetam. Le verifiche permisero di risalire al lotto di produzione, ma non al possessore e neppure a un collegamento con le vittime o con l’omicida. L’area, quando il reperto fu trovato, era già stata percorsa da numerose persone.

Arma, munizionamento e collegamento balistico

I nove bossoli avevano il marchio «H» della Winchester sul fondello e provenivano da cartucce calibro .22 Long Rifle. Le comparazioni balistiche ricondussero il delitto alla stessa Beretta calibro .22 Long Rifle della serie 70 già collegata a Rabatta, Mosciano e Calenzano. I proiettili di Baccaiano furono classificati come in piombo nudo, analogamente a quelli di Mosciano e Calenzano.

La lettera «H» costituisce un marchio sul fondello, non un numero di lotto. Il collegamento fra i delitti deriva dalle impronte balistiche attribuite alla stessa arma, non dalla sola presenza del marchio.

Baccaiano il collegamento con il caso di Signa del 1968

Nel giugno 1982, quando avvenne il delitto di Baccaiano, gli investigatori avevano già riconosciuto l’impiego della stessa arma a Rabatta, Mosciano e Calenzano. Il nuovo episodio rafforzò il quadro seriale e contribuì a orientare le ricerche verso possibili precedenti ancora più remoti.

Il 17 luglio 1982 il giudice istruttore Vincenzo Tricomi chiese la trasmissione del fascicolo del duplice omicidio di Castelletti di Signa del 1968. Il fascicolo fu recuperato a Firenze il 20 luglio, insieme ai reperti balistici conservati. Il 22 luglio emerse una prima indicazione positiva di compatibilità; la successiva perizia, affidata il 30 settembre a Nunzio Castiglione e Ignazio Spampinato, collegò Signa ai quattro episodi già conosciuti della serie.

Il percorso che condusse esattamente al riesame di Signa presenta ancora passaggi non chiariti: alla ricostruzione tradizionale incentrata sul ricordo del maresciallo Francesco Fiori si affiancano altri riferimenti documentali, fra i quali una lettera anonima del 27 giugno e un appello dei Carabinieri a un «cittadino amico». Gli atti finora disponibili non permettono di individuare con certezza quale segnalazione sia stata determinante.

Il riconoscimento del collegamento balistico portò così a cinque i duplici omicidi ricondotti alla medesima pistola, contando retrospettivamente il delitto di Signa.

Quando il Mostro non era ancora il Mostro

Tempi e condizioni della scena

L’aggressione avvenne in una notte di giugno, intorno alla mezzanotte. Le testimonianze descrivono condizioni tranquille e assenza di pioggia; la ricostruzione meteorologica presentata nell’appendice A di Mostro di Firenze: l’errore di Rabatta stima una temperatura prossima ai 19 °C e vento debole, sulla base di archivi di area vasta e non di misure sul posto. Nel tratto della piazzola non era presente illuminazione pubblica, benché i fari delle auto di passaggio e quelli della Fiat 147 potessero illuminare temporaneamente la scena.

La strada, percorsa da più veicoli in pochi minuti, era meno appartata di altri luoghi della serie. L’interruzione dell’aggressione e la mancanza di escissioni potrebbero essere legate al tentativo di fuga o al rischio di essere sorpresi, ma le fonti non consentono di individuare con certezza quale circostanza abbia indotto l’aggressore ad allontanarsi.

Gli esiti giudiziari

Nel processo ai cosiddetti «Compagni di Merende», le dichiarazioni di Giancarlo Lotti collocarono a Baccaiano Pietro Pacciani, Mario Vanni e lo stesso Lotti, con ruoli differenti. La Corte d’Assise d’Appello di Firenze, con sentenza del 31 maggio 1999, confermò la responsabilità di Vanni e Lotti anche per questo episodio. Le condanne divennero definitive con la sentenza della Cassazione del 26 settembre 2000: ergastolo per Vanni e ventisei anni per Lotti.

Pietro Pacciani era stato processato separatamente: assolto in appello nel 1996 dopo una condanna in primo grado, vide annullata l’assoluzione dalla Cassazione, che dispose un nuovo processo di secondo grado. Morì nel febbraio 1998, prima del giudizio d’appello di rinvio, senza una condanna definitiva per delitti attribuiti al Mostro di Firenze. Per la cronologia delle sentenze e il confronto fra i diversi gradi di giudizio, consulta la ricostruzione della vicenda giudiziaria di Pacciani.

Condizioni lunari nei duplici omicidi

Nel confronto tra gli otto episodi ricorre una condizione di contributo della luce lunare basso, molto basso o nullo, pur con differenze significative nella posizione e nella fase della Luna nei singoli delitti. La sola presenza astronomica del satellite sopra l’orizzonte non equivale automaticamente a una significativa illuminazione della scena.

Consulta la tabella sulle condizioni lunari

Cosa sappiamo e cosa richiede cautela

Dati documentati

  • il duplice omicidio nella notte fra il 19 e il 20 giugno 1982;
  • lo spostamento della Fiat 147 dalla piazzola al lato opposto della strada;
  • il ritrovamento di Mainardi ancora vivo e la morte successiva in ospedale;
  • le lesioni da arma da fuoco, senza uso accertato di arma bianca né escissioni;
  • i nove bossoli Winchester calibro .22 Long Rifle con marchio «H»;
  • l’impiego di proiettili in piombo nudo e il collegamento balistico con la serie;
  • le condanne definitive di Mario Vanni e Giancarlo Lotti per il delitto.

Questioni controverse o non accertate

  • la successione esatta degli spari e dei movimenti dell’automobile;
  • la posizione di Mainardi prima dell’intervento dei soccorritori;
  • il significato di alcuni danneggiamenti ai fari;
  • il momento e il punto preciso del ritrovamento delle chiavi;
  • l’eventuale funzione depistante attribuita al loro spostamento;
  • la pertinenza dell’avvistamento dell’uomo a piedi e della confezione di Norzetam;
  • l’identità dell’autore delle telefonate anonime ad Allegranti.

Nota editoriale

Questa scheda distingue i rilievi del 1982 dalle testimonianze successive, dalle ricostruzioni peritali e dagli esiti giudiziari. La posizione di Paolo Mainardi, la dinamica dello spostamento dell’automobile e il ritrovamento delle chiavi presentano differenze o lacune nella documentazione disponibile. Le interpretazioni proposte nel volume Mostro di Firenze: l’errore di Rabatta sono riportate come ipotesi, non come conclusioni accertate.