Mostro di Firenze · Vicchio 1984

Vicchio 1984: Pia Rontini, Claudio Stefanacci e il Mostro di Firenze

Il duplice omicidio della Boschetta, gli spari uditi da due testimoni, le ferite da arma bianca, la scoperta dei corpi, le telefonate della notte e le dichiarazioni raccolte nei giorni successivi.

A cura di Alessandro Fantini · 18 ottobre 2026 · Tempo di lettura: circa 22 minuti

In sintesi

Domenica 29 luglio 1984, Pia Gilda Rontini, diciotto anni, e Claudio Stefanacci, ventunenne, furono uccisi mentre si trovavano appartati in una Fiat Panda in località La Boschetta, nel comune di Vicchio, in provincia di Firenze. L'aggressione avvenne verosimilmente intorno alle 21:40–21:45. I corpi furono scoperti durante la notte, dopo che familiari e amici, preoccupati per il mancato rientro dei due giovani, avevano iniziato a cercarli.

È il settimo degli otto duplici omicidi collegati sul piano balistico alla serie del Mostro di Firenze e il secondo avvenuto nel Mugello, dopo quello delle Fontanine di Rabatta del settembre 1974.

Il delitto presenta alcune caratteristiche particolari: Claudio Stefanacci fu colpito sia da proiettili sia da numerose ferite da arma bianca; sul corpo di Pia Rontini vennero praticate due escissioni, quella della regione pubica e, per la prima volta nella serie, quella della mammella sinistra. Nelle ore successive alla scoperta, inoltre, i Carabinieri ricevettero una segnalazione telefonica relativa a un incidente stradale che non trovò riscontro.

Le indagini raccolsero anche testimonianze sulla presenza di uomini sconosciuti nella zona nei giorni e nelle settimane precedenti. Queste dichiarazioni sarebbero state successivamente richiamate nelle ricerche sulla cosiddetta pista dell'Uomo del Mugello.

Vicchio e la località La Boschetta

Il duplice omicidio avvenne lungo la strada provinciale 41, conosciuta come Sagginalese, che attraversa una parte del territorio del Mugello.

Il luogo era raggiungibile attraverso un viottolo sterrato, lungo circa sessanta metri, che si staccava dalla provinciale e terminava ai piedi di una scarpata ricoperta di vegetazione. Su un lato si trovavano cespugli e sterpaglie, oltre i quali il terreno scendeva verso un campo di erba medica.

La posizione rendeva la piazzola poco visibile dalla strada principale. Al tempo stesso, la vicinanza della provinciale e di alcune abitazioni escludeva che si trattasse di un luogo completamente isolato, come dimostrano anche le testimonianze di persone che riferirono di avere udito gli spari.

Nella documentazione e nelle ricostruzioni successive il luogo viene indicato come Vicchio, La Boschetta o Boschetta di Vicchio.

Fotografia d'archivio del luogo del duplice omicidio di Vicchio del 1984, con investigatori lungo il viottolo della Boschetta
La Boschetta di Vicchio, 1984. Una fotografia d'archivio del luogo del delitto, con personale impegnato negli accertamenti lungo il viottolo sterrato. Fonte: La Nazione. Immagine utilizzata a fini di critica, analisi e documentazione storica.
Mappa della zona della Boschetta di Vicchio con indicazione della piazzola del duplice omicidio del 29 luglio 1984
La Boschetta, Vicchio. La localizzazione del luogo del duplice omicidio lungo la strada provinciale Sagginalese. Elaborazione grafica su base cartografica Google Maps. Dati cartografici: © Google.

Pia Rontini e Claudio Stefanacci: la giornata del 29 luglio 1984

Pia Gilda Rontini era nata a Copenaghen il 26 maggio 1966. Viveva a Vicchio con i genitori, Renzo Rontini e Winnie Kristensen, e da poche settimane lavorava presso il bar La Nuova Spiaggia.

Claudio Stefanacci, nato a Vicchio il 19 luglio 1963, studiava Giurisprudenza all'università e aiutava la madre nella gestione del negozio di elettrodomestici di famiglia. I due giovani erano fidanzati da tempo.

La domenica del delitto Pia aveva lavorato per buona parte della giornata, sostituendo anche un collega assente. Durante la deposizione resa il 27 giugno 1997 nel processo ai cosiddetti Compagni di Merende, sua madre ricordò che la figlia era rientrata a casa nel primo pomeriggio e aveva poi incontrato Claudio, prima di riprendere il lavoro alle 17.

Successivamente, Pia era tornata a casa intorno alle 20:05–20:10. Era stanca e inizialmente avrebbe preferito non uscire di nuovo. La madre la incoraggiò invece a fare una passeggiata. Alle 21:05 circa lasciò l'abitazione per incontrare Claudio.

Secondo quanto ricordato da Winnie Kristensen, le ultime parole che sentì pronunciare dalla figlia furono:

«Mamma, torno subito».

Un altro riferimento alla giornata proviene dalle dichiarazioni di Baldo Bardazzi, titolare del Bar La Torre, lungo la strada statale 551. Il 1° agosto 1984 Bardazzi riferì ai Carabinieri di aver visto Pia e Claudio entrare nel locale intorno alle 16:45 della domenica precedente, fermandosi per circa mezz'ora.

Quest'ultimo orario non coincide agevolmente con la ricostruzione fornita dalla madre, che ricordava il rientro pomeridiano di Pia verso le 16:45 e l'inizio del successivo turno di lavoro alle 17. La divergenza non permette di stabilire con precisione la successione di tutti gli spostamenti pomeridiani.

Per la serata, invece, le dichiarazioni familiari e gli accertamenti sugli spari consentono di restringere maggiormente la cronologia.

Gli spari nella serata del 29 luglio

Due persone che si trovavano in punti distinti del territorio riferirono di aver udito colpi d'arma da fuoco provenire dalla zona della Boschetta.

Alberto Canovelli, sentito il 9 agosto 1984, dichiarò che intorno alle 21:35 aveva lasciato con la moglie l'abitazione di alcuni parenti in località Orticaia, nel comune di Dicomano. Poco dopo la partenza, mentre percorreva una strada in discesa verso la statale, sentì tre colpi in rapida successione, seguiti dopo un breve intervallo da altri due.

Canovelli ricordava anche la direzione dalla quale provenivano i rumori, che individuò nella zona della Boschetta.

Piero Cantini, ascoltato il 10 agosto, riferì a sua volta di aver udito alcuni spari mentre si trovava presso il quagliodromo di Gello. Ricordava una prima sequenza di tre o quattro colpi, seguita da altri due. Precisò però di non aver controllato l'orologio e di non essere sicuro dell'ora esatta.

Le due testimonianze concordano sulla successione degli spari in due gruppi ravvicinati. Non coincidono perfettamente sul numero delle detonazioni né consentono di fissare al minuto il momento dell'aggressione.

Nel complesso, la fascia oraria 21:40–21:45 rimane quella maggiormente compatibile con gli elementi disponibili.

La Fiat Panda, la scena del delitto e i reperti

La Fiat Panda di Claudio Stefanacci era stata condotta in retromarcia lungo il viottolo, fino alla sua estremità. Il muso della vettura risultava quindi orientato verso la strada provinciale, disposizione che avrebbe consentito una partenza in avanti.

Il lato sinistro era molto vicino alla scarpata erbosa, tanto da rendere difficoltoso il passaggio di una persona. Sul lato destro rimaneva invece uno spazio maggiore, dal quale si poteva raggiungere il campo sottostante attraverso la vegetazione.

Al momento dei rilievi le portiere risultavano chiuse. Il finestrino anteriore destro era infranto e numerosi frammenti di vetro si trovavano nell'abitacolo. I sedili anteriori erano reclinati in avanti; le chiavi erano inserite nel quadro e la retromarcia risultava innestata.

Gli investigatori repertarono cinque bossoli calibro .22 Long Rifle, quattro all'interno dell'automobile e uno all'esterno, presso il lato destro.

Si trattava di munizionamento Winchester contrassegnato sul fondello dalla lettera «H», come negli altri episodi della serie. Le comparazioni balistiche ricondussero i reperti alla medesima pistola Beretta calibro .22 Long Rifle della serie 70, già collegata ai precedenti duplici omicidi.

Il collegamento deriva dalle caratteristiche rilevate sui reperti balistici, non dalla sola presenza del marchio «H», comune a un tipo di munizionamento commercializzato dalla Winchester.

La pistola utilizzata nella serie non è mai stata ritrovata e il suo modello esatto, all'interno della famiglia Beretta serie 70, resta oggetto di discussione.

Le lesioni e la ricostruzione dell'aggressione

Il corpo di Claudio Stefanacci fu rinvenuto sul sedile posteriore, nella zona destra prossima al centro della Panda, rannicchiato sul fianco sinistro. La perizia criminalistica e criminologica redatta nel dicembre 1984 da Francesco De Fazio, Ivan Galliani e Salvatore Luberto precisa che la posizione del corpo al ritrovamento potrebbe non coincidere con quella assunta durante l’aggressione, per eventuali spostamenti successivi.

Secondo la medesima perizia, il giovane presentava tre lesioni da arma da fuoco: una nella regione auricolare sinistra, una superficiale all’emitorace sinistro e una all’ipocondrio sinistro. Un quarto colpo aveva perforato più volte i pantaloni del giovane, ritrovati separatamente dal corpo nell’abitacolo; secondo i periti, potrebbe avere prodotto una contusione nella regione glutea. Non è accertato se Claudio indossasse ancora i pantaloni quando fu esploso quel colpo.

La descrizione distingue dunque tre ferite sul corpo e un ulteriore colpo ricostruito attraverso gli indumenti: non si tratta quindi di quattro ferite da proiettile accertate sul corpo di Claudio.

Sul corpo di Stefanacci furono inoltre riscontrate dieci ferite da arma da punta e taglio, distribuite fra torace, fianchi, regione inguinale, cosce, avambraccio e regione lombare.

I periti osservarono che diverse ferite presentavano scarsi segni di vitalità, giudicando verosimile che fossero state inferte dopo i colpi di pistola, nella fase immediatamente precedente o successiva alla morte. Ritennero inoltre che Claudio avesse avuto un brevissimo periodo di sopravvivenza dopo essere stato raggiunto dai proiettili.

Il numero e la distribuzione delle ferite da coltello costituiscono una peculiarità del caso rispetto al trattamento delle altre vittime maschili della serie. Non è però possibile stabilire con certezza se l'accanimento derivasse dal tentativo di assicurarsi della morte del giovane, da circostanze particolari dell'aggressione o da altre motivazioni.

Pia Rontini fu rinvenuta all'esterno dell'automobile, supina nel campo di erba medica, a circa sei-sette metri dalla vettura.

La ragazza era stata raggiunta da un proiettile alla regione zigomatico-mascellare destra, con una gravissima lesione cranio-encefalica. Una seconda lesione all'avambraccio sinistro fu oggetto di discussione peritale, poiché non venne stabilito con assoluta certezza se fosse derivata da un altro proiettile.

Sul collo erano presenti due ferite da arma bianca, accompagnate da segni emorragici nei tessuti. I periti ritennero che la vittima avesse avuto una breve sopravvivenza dopo la prima aggressione.

Le lesioni da trascinamento e le tracce osservate sulla scena sono compatibili con lo spostamento del corpo dall'automobile al campo sottostante.

Su Pia furono praticate, dopo la morte, l'escissione della regione pubica e l'asportazione della mammella sinistra.

Quest'ultima mutilazione rappresenta una novità rispetto agli episodi precedenti. Nei duplici omicidi di Mosciano e Calenzano, entrambi del 1981, era già stata riscontrata l'escissione della regione pubica, ma non quella di una mammella.

La duplice escissione sarà nuovamente riscontrata nel successivo e ultimo delitto della serie, quello degli Scopeti del settembre 1985.

Cinque bossoli repertati, cinque o sei spari ipotizzati

La determinazione del numero esatto dei colpi esplosi costituisce uno dei problemi ricostruttivi del delitto di Vicchio. Il numero dei bossoli rinvenuti non è sempre necessariamente identico a quello degli spari: un eventuale bossolo può non essere stato espulso oppure può non essere stato recuperato.

Sul luogo furono repertati cinque bossoli. Alberto Canovelli ricordò cinque detonazioni, mentre Piero Cantini parlò di una prima sequenza di tre o quattro colpi e di una seconda di due.

La perizia De Fazio–Galliani–Luberto prese in considerazione quattro colpi diretti verso Stefanacci, uno dei quali avrebbe perforato soltanto i pantaloni, e probabilmente due verso Rontini. I periti precisarono tuttavia che le lesioni della ragazza potevano anche derivare da un unico proiettile.

La loro ricostruzione contemplava pertanto cinque o sei colpi complessivi.

Alcune successive ricostruzioni giudiziarie hanno utilizzato il numero di sei colpi.

Consulta la perizia De Fazio–Galliani–Luberto (PDF)

La scoperta dei corpi nella notte fra il 29 e il 30 luglio

Quando Pia e Claudio non fecero ritorno a casa all'ora prevista, familiari e amici iniziarono a cercarli per le strade di Vicchio e nei dintorni.

Un contributo determinante alla scoperta della Panda venne da Pietro Becherini, amico della famiglia Stefanacci ed ex dipendente dell'attività commerciale di questi ultimi.

Nelle sommarie informazioni rese la mattina del 30 luglio 1984, Becherini raccontò di aver ricevuto una telefonata dalla madre di Claudio intorno alle 03:15. La donna, preoccupata per il figlio, gli aveva chiesto di unirsi alle ricerche.

Becherini ricordava di aver visto, circa due anni prima, Claudio e Pia uscire in automobile proprio da una stradina laterale della Sagginalese. In quell'occasione aveva anche consigliato al giovane di evitare luoghi tanto isolati, considerata la paura suscitata dai delitti del Mostro di Firenze.

Decise quindi di controllare quella strada. Raggiunta la Boschetta, riconobbe la Panda ma non ebbe il coraggio di avvicinarsi. Suonò il clacson e chiamò Claudio senza ottenere risposta.

Tornato sulla provinciale, incontrò altri partecipanti alle ricerche e li accompagnò sul posto.

Il gruppo si avvicinò alla vettura e, utilizzando una torcia, scorse il corpo di Claudio sul sedile posteriore. Nessuno vide inizialmente Pia, che venne creduta ancora all'interno dell'abitacolo.

Tre persone si allontanarono per avvertire i Carabinieri, mentre gli altri rimasero nelle vicinanze.

Il maresciallo Michele Polito, allora comandante della Stazione dei Carabinieri di Vicchio, riferì nel processo Pacciani di essere stato avvisato intorno alle 04:00 e di essere giunto sul posto verso le 04:15–04:20.

Dopo aver osservato l'automobile, cercò la ragazza con una torcia e individuò il suo corpo oltre la vegetazione che separava il viottolo dal campo, nel campo sottostante.

La testimonianza di Becherini e quella di Polito consentono di ricostruire la successione delle ricerche e dei primi interventi, offrendo anche un riferimento per interpretare le comunicazioni telefoniche ricevute durante la notte.

Le telefonate ricevute dai Carabinieri: 00:45, 03:45 e 04:28

La relazione di servizio del Carabiniere Francesco Messina, datata 7 agosto 1984, documenta tre telefonate ricevute dalla Centrale operativa di Borgo San Lorenzo durante la notte fra il 29 e il 30 luglio.

La prima, alle 00:45, proveniva da una voce femminile qualificatasi come la signora Stefanacci. La donna segnalava che Claudio non era ancora rincasato e che si trovava in compagnia della fidanzata Pia Rontini.

Alle 03:45 arrivò una seconda comunicazione, anonima. Una voce descritta da Messina come affannata e sconvolta annunciò che alla Boschetta erano stati trovati due giovani morti, chiedendo l'intervento immediato dei Carabinieri.

Questa chiamata è cronologicamente compatibile con la segnalazione effettuata da uno dei partecipanti alle ricerche dopo la scoperta della Panda. L'identità dell'interlocutore, tuttavia, non risulta stabilita nella documentazione esaminata.

Resta anche una particolarità: Becherini dichiarò che, prima dell'arrivo dei militari, il gruppo aveva visto il corpo di Claudio ma non aveva individuato quello di Pia, mentre il chiamante parlò di due giovani morti. La formulazione potrebbe essere dipesa dalla convinzione che entrambi si trovassero nell'automobile.

Un episodio diverso si verificò alle 04:28.

Una voce maschile, qualificatasi come quella del signor «Farini», titolare di un panificio di Sagginale, riferì che nella frazione si era verificato un incidente fra un autotreno e un furgone, senza feriti.

Fu inviata una pattuglia composta dai Carabinieri Pietro Maugeri e Giovanni Ricci. Giunti nella zona indicata, i militari non riscontrarono alcun incidente.

Messina descrisse l'interlocutore come un uomo dall'accento toscano e dalla voce non giovanile. Non risultò possibile identificarlo sulla base delle indicazioni fornite.

La comunicazione delle 04:28 è particolarmente interessante perché giunse quando il luogo del duplice omicidio era già stato individuato e i Carabinieri stavano intervenendo alla Boschetta. Inoltre, riguardava Sagginale, località diversa da quella del delitto.

Non è possibile stabilire se si trattasse di una semplice falsa segnalazione, di una beffa, di un tentativo di distrarre momentaneamente una pattuglia o di un intervento collegato all'omicidio.

È documentato l'invio dell'autoradio e l'inesistenza dell'incidente; non è documentata l'identità del chiamante né la sua eventuale partecipazione al delitto.

La relazione di servizio originale

Le tre chiamate sono registrate nella relazione redatta dal Carabiniere Francesco Messina il 7 agosto 1984, disponibile nell’archivio documentale del sito.

Leggi la relazione Messina (PDF)

La telefonata «Farini»: un interrogativo ulteriore

Il nome utilizzato dal chiamante e alcuni particolari del suo racconto sono stati oggetto di confronti con materiali pubblicati prima del delitto. La documentazione permette di formulare domande, ma non di identificare chi telefonò.

Il capitolo dedicato a Vicchio in Mostro di Firenze: l’errore di Rabatta esamina questo possibile parallelismo e le sue diverse letture, lasciando al lettore la possibilità di confrontarsi con le fonti.

Non è stato accertato se la coincidenza sia casuale o intenzionale. In ogni caso, non costituisce una prova dell’identità del chiamante né di un suo collegamento con l’omicida.

Le testimonianze di Baldo e Piero Bardazzi

Il 1° agosto 1984, alle 08:53, Baldo Bardazzi, titolare del Bar La Torre, rese ai Carabinieri una deposizione relativa a quanto aveva osservato nel pomeriggio della domenica precedente.

Bardazzi dichiarò che Pia Rontini e Claudio Stefanacci erano entrati nel locale verso le 16:45 e che, circa un minuto dopo, era arrivato uno sconosciuto, mai visto prima.

Descrisse l'uomo come una persona di circa quarantacinque-cinquant'anni, robusta, alta almeno un metro e settantacinque, stempiata, con capelli molto corti biondi tendenti al rossiccio. Indossava un abito chiaro, camicia celeste e cravatta scura e portava un anello vistoso.

Secondo il testimone, lo sconosciuto aveva acquistato una birra e si era seduto all'esterno, continuando a osservare con insistenza i due ragazzi attraverso la porta del bar.

Bardazzi riferì di essere rimasto colpito dall'espressione del volto e dai movimenti della bocca dell'uomo, che gli erano sembrati manifestazioni di nervosismo o di irritazione. Precisò di aver commentato il comportamento con alcuni familiari già mentre l'episodio si stava svolgendo.

Quando Pia e Claudio si alzarono per andarsene, lo sconosciuto, che fino a quel momento aveva bevuto lentamente, avrebbe terminato rapidamente la birra e lasciato il locale pochi secondi dopo di loro.

Durante l'audizione fu realizzato uno schizzo approssimativo del volto sulla base delle indicazioni fornite da Bardazzi, che lo giudicò abbastanza somigliante.

Lo stesso giorno, alle 12:00, venne ascoltato Piero Bardazzi, padre di Baldo, presente nel bar durante l'episodio.

Piero confermò le principali dichiarazioni del figlio, ricordando soprattutto lo sguardo fisso e insistente dello sconosciuto. Precisò però che, pur ritenendo di aver riconosciuto Pia e Claudio nelle fotografie dei giornali, non poteva esserne assolutamente certo.

Secondo un successivo racconto di Baldo Bardazzi, i Carabinieri accompagnarono lui e il padre anche ai funerali delle due vittime e al cimitero, nella speranza che potessero riconoscere lo sconosciuto fra i presenti. Il tentativo non portò a un’identificazione. La circostanza è riportata, fra l’altro, da Il Tirreno (12 ottobre 2018) e da OK!Mugello in un’intervista al testimone.

I verbali del 1° agosto 1984

Le dichiarazioni di Baldo e Piero Bardazzi sono consultabili nella sezione documentaria del sito.

La testimonianza di Manuela Bazzi

Una testimonianza distinta fu raccolta il 2 agosto 1984 da Manuela Bazzi, collega di Pia presso il bar La Nuova Spiaggia di Vicchio.

Bazzi riferì di aver notato, nelle settimane precedenti il delitto, uno sconosciuto che aveva frequentato il locale in almeno due occasioni.

In un primo episodio l'uomo avrebbe rivolto alcune domande a una ragazza che si trovava nel bar. In un secondo incontro, che la testimone collocò il 20 luglio, si sarebbe rivolto direttamente a lei chiedendole informazioni sulle sue abitudini e sulle occasioni in cui usciva a ballare.

La donna lo descrisse come un uomo molto robusto, stempiato, con capelli corti biondo-rossicci, apparentemente sui quarantacinque anni, dall'accento toscano. Il comportamento le aveva dato l'impressione che fosse particolarmente interessato alle donne.

Alcuni tratti della descrizione ricordano quelli riferiti da Baldo Bardazzi. Esistono tuttavia differenze nelle circostanze e nell'abbigliamento, e i due testimoni si riferivano a episodi avvenuti in luoghi e momenti differenti.

Queste dichiarazioni furono successivamente riprese nelle ricerche sulla cosiddetta pista dell'Uomo del Mugello o Rosso del Mugello, alla quale è dedicato nel libro Mostro di Firenze – L’errore di Rabatta un approfondimento autonomo.

Consulta il verbale di Manuela Bazzi (PDF)

Le prime indagini e il collegamento con la serie

Quando avvenne il duplice omicidio di Vicchio, gli investigatori avevano già riconosciuto l'esistenza di una serie di delitti collegati dall'impiego della stessa pistola.

Il confronto balistico fra i precedenti episodi aveva portato a ricondurre alla medesima arma anche il delitto di Signa del 1968, inizialmente trattato come un fatto separato.

Nell'estate 1984 una parte considerevole dell'attenzione investigativa era ancora rivolta alla cosiddetta pista sarda, sviluppatasi proprio dopo il collegamento di Signa alla serie, avvenuto nel 1982.

La mattina del 30 luglio 1984 venne perquisita anche l'abitazione di Salvatore Vinci, uno dei soggetti già esaminati in quel filone. Furono sequestrati alcuni oggetti e materiali sottoposti a successivi accertamenti. Le indagini su Vinci non portarono però a una prova della sua responsabilità per il duplice omicidio di Vicchio.

Nel dicembre 1984 fu completata la perizia De Fazio–Galliani–Luberto, che esaminava comparativamente tutti i sette duplici omicidi allora conosciuti, dedicando al caso Rontini–Stefanacci un'analisi della scena, delle lesioni e della possibile dinamica. Il testo della perizia è già consultabile integralmente nella sezione «Documenti giudiziari e investigativi» di errorerabatta.it.

La perizia contribuì alla ricostruzione complessiva della serie, proponendo anche interpretazioni criminologiche del comportamento dell'autore.

Il ritorno del Mostro di Firenze nel Mugello

Il delitto di Vicchio segnò il ritorno della serie omicidiaria nel Mugello, a quasi dieci anni dal duplice omicidio del 14 settembre 1974 alle Fontanine di Rabatta, dove erano stati uccisi Stefania Pettini e Pasquale Gentilcore.

I due luoghi si trovano nella stessa area territoriale, pur appartenendo a comuni differenti. Le Fontanine ricadono nel comune di Borgo San Lorenzo, ma la piazzola si trova a poche decine di metri dal confine con Vicchio; La Boschetta ricade invece nel territorio di quest’ultimo comune.

Anche la provenienza delle vittime presenta una concentrazione geografica: Stefania Pettini, Pia Rontini e Claudio Stefanacci risiedevano nel territorio comunale di Vicchio.

Nel volume Mostro di Firenze: l'errore di Rabatta, la prossimità geografica viene esaminata insieme ad altri aspetti: l'intensità della violenza, alcune peculiarità delle rispettive scene e le comunicazioni telefoniche intervenute dopo i delitti.

Il confronto considera, fra l’altro, alcune circostanze verificatesi dopo i due delitti e il loro eventuale significato. L’esame dei documenti e delle diverse ipotesi è sviluppato più estesamente nel libro.

L’interpretazione di queste analogie resta aperta: dalla sola vicinanza geografica non si può dedurre dove vivesse l’autore dei delitti né quanto conoscesse le vittime.

Il collegamento geografico resta quindi un elemento di interesse investigativo e comparativo, distinto dagli accertamenti balistici che uniscono i due delitti alla serie.

Mappa del Mugello con la posizione delle Fontanine di Rabatta e della Boschetta di Vicchio
I due delitti nel Mugello. La posizione delle Fontanine di Rabatta (1974) e della Boschetta di Vicchio (1984). Elaborazione grafica su base cartografica Google Maps. Dati cartografici: © Google.

Le condizioni ambientali e la visibilità

L'aggressione si verificò in una serata estiva, in un luogo schermato dalla vegetazione e privo di illuminazione pubblica diretta.

La perizia De Fazio descrive le condizioni astronomiche della notte facendo riferimento al novilunio. Una successiva ricostruzione delle condizioni lunari, pubblicata nelle tabelle del volume, precisa che la Luna si trovava in fase di sottilissima falce crescente, con una porzione illuminata di circa il 2,6–2,8%.

Intorno alle 21:45 il satellite si trovava molto basso sull'orizzonte e sarebbe tramontato pochi minuti dopo. Il contributo della luce lunare alla visibilità della piazzola doveva quindi essere estremamente ridotto.

La conformazione del terreno, la posizione della Panda e l'oscurità potevano verosimilmente favorire l'avvicinamento di una persona senza che fosse immediatamente notata dall'abitacolo.

Non è tuttavia documentato il percorso seguito dall'aggressore per arrivare sul posto o per allontanarsene.

Gli esiti giudiziari: Pietro Pacciani e i Compagni di Merende

Il duplice omicidio di Vicchio rientrò fra i sette episodi per i quali Pietro Pacciani venne condannato in primo grado dalla Corte d'Assise di Firenze, il 1° novembre 1994.

Il 13 febbraio 1996 la Corte d'Assise d'Appello lo assolse. La sentenza venne successivamente annullata dalla Cassazione, il 12 dicembre dello stesso anno, con rinvio a un nuovo giudizio d'appello.

Pacciani morì il 22 febbraio 1998, prima che il procedimento potesse concludersi con una nuova decisione nel merito. Non esiste pertanto nei suoi confronti una condanna definitiva per il duplice omicidio Rontini–Stefanacci.

Nel separato procedimento contro i cosiddetti Compagni di Merende, le dichiarazioni di Giancarlo Lotti attribuirono a Pacciani, Mario Vanni e allo stesso Lotti ruoli differenti nei delitti contestati.

La Corte d'Assise d'Appello di Firenze, con sentenza del 31 maggio 1999, riconobbe la responsabilità di Mario Vanni e Giancarlo Lotti anche per l'omicidio di Vicchio.

Le condanne divennero definitive il 26 settembre 2000, quando la Corte di cassazione confermò l'ergastolo per Vanni e la pena di ventisei anni di reclusione per Lotti.

Per un esame dei diversi gradi di giudizio e delle decisioni relative a Pacciani è disponibile la pagina dedicata al processo Pacciani e alla sua vicenda giudiziaria.

Cosa sappiamo e cosa richiede cautela

Dati documentati

La documentazione consente di ricostruire il luogo del delitto, la data, una fascia oraria piuttosto ristretta per l'aggressione, la posizione della Panda e i principali reperti rinvenuti sulla scena.

Sono documentati l'impiego di un'arma da fuoco e di un'arma bianca, le dieci ferite da coltello riscontrate su Claudio Stefanacci, le escissioni praticate sul corpo di Pia Rontini e il collegamento balistico con gli altri episodi della serie.

Le dichiarazioni dei partecipanti alle ricerche permettono inoltre di seguire le fasi essenziali della scoperta dei corpi. La relazione di Francesco Messina documenta gli orari e il contenuto delle comunicazioni telefoniche ricevute durante la notte.

Questioni controverse o non accertate

Permangono invece questioni non completamente chiarite: il numero esatto dei colpi sparati, alcuni passaggi della dinamica dell'aggressione, l'identità dello sconosciuto osservato al Bar La Torre e la sua eventuale coincidenza con l'uomo descritto da Manuela Bazzi.

Non è stata accertata neppure l'identità di chi telefonò alle 04:28 presentandosi come «Farini», né il significato della falsa segnalazione.

Infine, la vicinanza geografica fra i due delitti mugellani e le particolari modalità della violenza costituiscono elementi di confronto.

Per approfondire il confronto fra le fonti, le questioni investigative ancora aperte e le interpretazioni proposte dall’autore, il capitolo dedicato a Vicchio e l’appendice B di Mostro di Firenze: l’errore di Rabatta sviluppano temi qui soltanto richiamati. Le informazioni sul volume e sui canali di acquisto sono disponibili nella homepage del sito.

Nota editoriale

Questa ricostruzione distingue i rilievi effettuati nel 1984 dalle dichiarazioni testimoniali, dalle valutazioni peritali e dalle successive decisioni giudiziarie.

Per il duplice omicidio di Vicchio vengono utilizzati, fra gli altri, la perizia De Fazio–Galliani–Luberto, la relazione di servizio di Francesco Messina, i verbali di Baldo e Piero Bardazzi e Manuela Bazzi, le testimonianze relative alla scoperta dei corpi e le deposizioni processuali richiamate nel volume Mostro di Firenze: l'errore di Rabatta.

Gli avvistamenti, le comunicazioni della notte e gli elementi geografici vengono presentati per ciò che risulta dagli atti. Le interpretazioni proposte nel volume restano distinte dai fatti accertati e sono qui richiamate senza anticiparne l’intera discussione.

I principali documenti già disponibili sono consultabili nell'archivio degli atti giudiziari e investigativi, sezione Vicchio 1984. La perizia De Fazio–Galliani–Luberto consente inoltre di confrontare il delitto con i sei episodi precedenti della serie.