Fonte: La Nazione, archivio online (immagine riprodotta in bassa risoluzione e utilizzata esclusivamente per finalità di critica, analisi e documentazione storica).
Ho scoperto questa videointervista soltanto dopo avere concluso il mio libro Mostro di Firenze: l’errore di Rabatta. Il filmato risale al 5 maggio 2019: Paolo Cochi si reca alle Fontanine di Rabatta con Aldo Giovannini, che nel settembre 1974, a ventiquattro anni, era corrispondente del quotidiano La Nazione e fu mandato sul posto la mattina in cui vennero scoperti i corpi di Stefania Pettini e Pasquale Gentilcore.
Non conoscevo dunque questo filmato mentre lavoravo al libro. Proprio per questo mi ha colpito ritrovare, nelle parole di chi quella mattina era realmente presente, diversi elementi che avevo ricostruito attraverso gli atti e le deposizioni processuali e, soprattutto, un interrogativo molto vicino a quello da cui prende le mosse l’intero volume.
Non si tratta di una conferma della tesi proposta nel libro: l’intervista non può dirci chi telefonò ai Carabinieri nel pomeriggio del 15 settembre 1974, ma può aiutarci a ricostruire il contesto nel quale quella telefonata avvenne. E quel contesto merita attenzione.
«Qui c’era una processione di macchine»
Giovannini ricorda il proprio arrivo alle Fontanine di Rabatta, la mattina del 15 settembre 1974. I Carabinieri erano già sul posto; Stefania era a terra, coperta da un lenzuolo, mentre Pasquale si trovava ancora all’interno della Fiat 127. Ricorda soprattutto lo sgomento di un ragazzo di ventiquattro anni davanti a qualcosa che, in quella zona, non si era mai visto.
Poi la notizia cominciò a circolare.
È uno dei passaggi più significativi dell’intervista. Giovannini racconta che arrivò gente «da Borgo, da Sagginale, da Rabatta». Ricorda persone che camminavano sull’erba, biciclette, motorini. A un certo punto, parlando delle automobili che continuavano a giungere nella zona, usa un’espressione particolarmente efficace: «Qui c’era una processione di macchine».
Non è soltanto un ricordo isolato a quarantacinque anni di distanza.
Le deposizioni processuali dei Carabinieri presenti quella mattina restituiscono praticamente lo stesso quadro. Il maresciallo Michele Falcone ricordò che, meno di mezz’ora dopo il suo arrivo, «si fece subito una calca» e che la gente cominciò a «pesticciare il terreno»; il maresciallo Domenico Trigliozzi, arrivato più tardi con il Nucleo investigativo di Firenze, disse che il luogo era già «pieno di gente», anzi che c’era «un sacco di gente».
Le parole di Giovannini aggiungono qualcosa agli atti: restituiscono quasi fisicamente l’immagine di quella mattina. Un luogo di campagna improvvisamente raggiunto da persone provenienti dai centri circostanti, con ogni mezzo disponibile, mentre gli accertamenti erano ancora in corso.
E da qui nasce una prima domanda.
Se tra le persone che arrivavano e si muovevano liberamente alle Fontanine di Rabatta ci fosse stato anche l’autore del duplice omicidio, qualcuno avrebbe avuto ragione di notarlo?
Non esiste alcuna prova che l’omicida sia tornato sul luogo del delitto quella mattina. Ma la situazione descritta da Giovannini — e confermata dalle deposizioni — mostra che, dal punto di vista puramente logistico, avrebbe potuto confondersi con i curiosi senza particolari difficoltà. È una possibilità che avevo già preso in esame nel libro, prima di conoscere questa intervista.
Quando non si era ancora capito che era stata usata una pistola
La confusione di quelle ore non riguardò soltanto la presenza dei curiosi.
Cochi chiede a Giovannini se inizialmente ci si fosse accorti che erano stati esplosi colpi di pistola. La risposta è netta: «a primo acchito non si accorsero di questo».
Anche in questo caso il ricordo trova riscontro nelle deposizioni. Falcone spiegò che, inizialmente, le ferite sembravano prodotte da uno stiletto, da un pugnale o comunque da uno strumento acuminato. L’ipotesi della presenza di bossoli, quindi, nelle prime ore non si pose neppure. Solo successivamente, con gli accertamenti medico-legali, emerse che contro i due giovani era stata utilizzata anche un’arma da fuoco.
Nel frattempo la Fiat 127 era stata rimossa dal luogo del delitto. Giovannini ricorda che «la portarono praticamente via dopo poco». Il 16 settembre, quando si procedette alla ricerca dei bossoli, l’automobile non si trovava più alle Fontanine di Rabatta.
Ne furono recuperati cinque. La successiva ricostruzione balistica, affidata al colonnello Innocenzo Zuntini quasi un mese dopo, dovette quindi confrontarsi con una scena ormai modificata: la Fiat 127 fu riportata sul luogo per le verifiche peritali, ma non sappiamo se fu possibile ricollocarla esattamente nel punto in cui si trovava la mattina del 15 settembre. Anche la particolare disposizione dei cinque bossoli avrebbe richiesto, proprio per questo, una complessa spiegazione peritale.
È un altro elemento che aiuta a comprendere le condizioni nelle quali si svolsero i primi accertamenti.
Il 1974 visto con gli occhi del 1974
C’è poi un’altra frase di Giovannini che merita attenzione. Quando Cochi gli domanda che cosa si dicesse quella mattina, tra la gente e tra i Carabinieri, risponde due volte:
«Nessuno si rendeva conto di quello che era successo.»
Circolavano le interpretazioni che potevano apparire più immediate. Forse un fatto di gelosia; forse qualcuno innamorato di Stefania che si era vendicato. Si parlò anche dell’ambiente dei cosiddetti guardoni. Le ipotesi si sovrapponevano.
Oggi sappiamo che la pistola utilizzata alle Fontanine di Rabatta sarebbe stata collegata nel 1981 ai nuovi duplici omicidi e che quel collegamento avrebbe contribuito alla nascita investigativa e mediatica della serie del Mostro di Firenze. Ma nel settembre del 1974 tutto questo era ancora nel futuro.
È un punto che rischiamo facilmente di dimenticare quando osserviamo Rabatta con mezzo secolo di conoscenze successive.
La storia del Mostro di Firenze comincia nel 1968. Ma la storia della sua scoperta comincia soltanto nel 1981.
Il primo collegamento con Rabatta arrivò già dopo il delitto di Mosciano di Scandicci, nel giugno 1981, attraverso gli accertamenti balistici. Fu però dopo Travalle di Calenzano, nell’ottobre dello stesso anno, che il quadro di una serie omicidiaria si consolidò definitivamente. Il collegamento con Castelletti di Signa, 1968, sarebbe arrivato successivamente.
Ma questo diverso quadro interpretativo può aiutarci a capire perché alcuni particolari acquisiscano oggi un significato diverso.
Tra questi, soprattutto, una borsetta.
La borsetta che mancava
Dagli atti sappiamo che, nel corso degli accertamenti iniziali, emerse che Stefania Pettini era uscita di casa portando con sé la propria borsetta.
Falcone ricordò che furono i familiari a riferirlo. Trigliozzi disse che dagli «immediati accertamenti» risultò che mancava una borsa e che l’informazione poteva essere arrivata dalla madre o da amiche della ragazza. I Carabinieri cominciarono quindi a cercarla nell’automobile e nella zona circostante.
È un passaggio apparentemente secondario, ma sul quale vale la pena fermarsi.
Non sappiamo esattamente come nacque quella precoce attenzione per la borsetta.
Non c’è nulla di impossibile nel fatto che un familiare ricordasse che Stefania era uscita con quell’oggetto. Le reazioni umane davanti a un evento traumatico non possono essere valutate sulla base di un comportamento che noi, a distanza di cinquant’anni, riterremmo più o meno naturale.
Rimane però una domanda: in quelle ore dominate dalla scoperta di due giovani uccisi in modo terribile, come divenne così presto rilevante proprio l’assenza della borsetta?
Nel libro ho preso in considerazione, dichiarandola come ipotesi, una possibilità ulteriore: che qualcuno presente alle Fontanine di Rabatta possa avere contribuito a richiamare l’attenzione su quell’oggetto.
E se l’omicida fosse stato tra la folla?
L’intervista di Giovannini non offre alcuna prova in questo senso. Offre però qualcosa che prima potevamo ricostruire soltanto indirettamente: rende perfettamente credibile la situazione materiale nella quale un eventuale suggerimento avrebbe potuto avvenire. Gente dappertutto, curiosi, parenti, giornalisti, Carabinieri, inquirenti, persone che arrivavano e ripartivano.
L’ipotesi, naturalmente, resta tale.
Ma se la si assume solo come esercizio ricostruttivo, produce una sequenza interessante: l’autore del delitto potrebbe essersi confuso tra i curiosi, aver verificato che l’assenza della borsa fosse stata notata e poi essersi accorto, con il trascorrere delle ore, che i Carabinieri non riuscivano comunque a trovarla.
Ed è a questo punto che accade qualcosa di documentato.
Le 18:30 del 15 settembre
Alle 18:30 dello stesso 15 settembre 1974, alla stazione dei Carabinieri di Borgo San Lorenzo arrivò una segnalazione telefonica.
Dagli atti richiamati molti anni dopo durante le deposizioni processuali, la segnalazione telefonica risulta collocata alle 18:30. Grazie a quella indicazione i militari rinvennero la borsetta in un campo di granturco lungo la strada da Rabatta verso Sagginale, a circa trecento metri dal luogo del duplice omicidio.
Non era semplicemente appoggiata sul bordo della strada. Le deposizioni descrivono un punto nel campo, al di sotto del livello della carreggiata e a qualche metro dal ciglio. Gli stessi testimoni, a distanza di molti anni, oscillarono sui dettagli della distanza dal margine stradale, ma la collocazione generale resta chiara.
Se, come appare verosimile, la borsetta era stata lanciata dalla strada nel campo di granturco durante la notte, chi l’aveva gettata non poteva sapere con precisione dove sarebbe caduta. Tra il dislivello rispetto alla carreggiata e le alte piante di granturco, l’oggetto era finito in una posizione che doveva renderlo estremamente difficile da individuare per un passante occasionale, tanto più senza sapere in quale punto del campo cercare.
Ed è proprio qui che la telefonata diventa difficile da liquidare come un particolare marginale.
Tre domande rimangono aperte.
Come faceva il chiamante a sapere dove si trovava la borsetta?
Perché telefonare alla caserma di Borgo San Lorenzo invece di rivolgersi direttamente ai Carabinieri presenti alle Fontanine di Rabatta, in un luogo che — come racconta Giovannini — era affollato di militari e curiosi?
E perché nessuno, successivamente, si attribuì mai quella telefonata?
Quest’ultimo punto emerse esplicitamente anche in aula. Durante l’esame del brigadiere Mario Sciarra, l’avvocato Bevacqua osservò che non risultava che qualcuno avesse mai dichiarato: «Io ho telefonato ai Carabinieri per dire che la borsa era lì». Il chiamante rimase anonimo.
Naturalmente, quella scelta non consente da sola di identificare il chiamante. Potrebbe essere che si fosse già allontanato dalla zona, potrebbe non avere voluto essere coinvolto direttamente negli accertamenti o potrebbe avere preferito l’anonimato per ragioni che oggi non conosciamo.
Ma, considerati insieme, i particolari restano singolari: qualcuno conosce il luogo dove si trova la borsa, sceglie una telefonata anonima anziché una segnalazione diretta ai militari presenti, consente il ritrovamento di un oggetto che le ricerche non avevano individuato e non si fa mai avanti successivamente.
«Poche parole; ci siamo capiti»
Ed è qui che l’intervista del 2019 assume il suo significato maggiore.
Nel video, poco dopo il minuto 7:44, Cochi e Giovannini stanno parlando proprio della borsetta. Cochi comincia una frase:
Cochi: «Quindi chi ha fatto questa telefonata, molto probabilmente…»
Non la completa.
Giovannini interviene:
Giovannini: «Mah, io non voglio entrare in merito, perché non sono un investigatore e compagnia bella, ma certo chi ha telefonato per dire che la borsetta era lì... Mah, non so... Insomma: poche parole; ci siamo capiti, no?»
Cochi: «Certo.»
Il dialogo è interessante proprio perché nessuno dei due pronuncia la conclusione in forma esplicita.
Cochi avvia il ragionamento. Giovannini comprende immediatamente dove conduce, premette prudentemente di non essere un investigatore e preferisce non formulare l’attribuzione. Ma il senso dello scambio è trasparente, tanto che Cochi conclude con un semplice «Certo».
Il passaggio relativo alla telefonata anonima e alla possibile identità del chiamante si ascolta a partire da circa 7:44.
Una convergenza, non una prova
Questo passaggio richiede una precisazione metodologica.
Aldo Giovannini può essere considerato un testimone diretto di ciò che vide alle Fontanine di Rabatta quella mattina: la presenza delle persone, l’atmosfera del luogo, i primi momenti degli accertamenti. Non fu invece testimone della telefonata delle 18:30 e, quando nel 2019 ne suggerisce implicitamente una possibile attribuzione, sta esprimendo una valutazione retrospettiva.
Lo stesso vale per Paolo Cochi.
Il filmato, dunque, non dimostra che a telefonare sia stato l’omicida.
Ma contiene qualcosa che considero comunque significativo.
L’intervista risale al 2019, diversi anni prima della pubblicazione del mio libro, e io l’ho scoperta soltanto dopo averne concluso la redazione. Non è quindi una fonte dalla quale abbia ricavato la mia interpretazione.
Il nucleo da cui è nato L’errore di Rabatta ha un’altra origine. Come dichiaro nella premessa del volume, incontrai per la prima volta l’interrogativo sulla borsetta e sulla telefonata nel libro di Valerio Scrivo Il Mostro di Firenze esiste ancora, da me letto nel 2017; da lì sono poi tornato agli atti, alle deposizioni e alla ricostruzione della giornata del 15 settembre 1974.
Ci troviamo quindi davanti non a una conferma, ma a una convergenza interpretativa indipendente.
Nel 2019 Cochi e Giovannini, parlando sul luogo del delitto, arrivavano spontaneamente allo stesso interrogativo fondamentale: chi poteva sapere dove si trovava quella borsa?
Se l’omicida fosse stato lì
Alla luce dell’intervista, una delle ipotesi sviluppate nel libro acquista almeno una maggiore concretezza ambientale.
Quella mattina alle Fontanine di Rabatta si formò rapidamente una folla. Un eventuale autore tornato sul posto avrebbe potuto mescolarsi ai curiosi. Avrebbe potuto ascoltare ciò che si diceva, osservare le ricerche e verificare se la borsetta fosse stata trovata.
Non sappiamo se accadde.
Non sappiamo neppure se qualcuno suggerì ai familiari di richiamare l’attenzione sulla sua assenza.
Sono ipotesi.
Ma vi sono invece fatti che conosciamo: la borsa mancava; i Carabinieri la cercarono a lungo senza trovarla; alle 18:30 qualcuno telefonò alla caserma; grazie a quell’indicazione venne rinvenuta in un campo di granturco a circa trecento metri dal luogo del delitto; il chiamante rimase anonimo e nessuno risulta essersi successivamente mai attribuito quella segnalazione.
È dal rapporto tra questi fatti, non dalla certezza di una ricostruzione che non possediamo, che nasce l’interrogativo.
Nel libro ho cercato di capire se questi elementi possano essere collegati tra loro e quale funzione possano avere avuto, nell’azione dell’omicida, prima lo spostamento della borsetta e poi la telefonata anonima. È da questa analisi che nasce l’ipotesi alla quale ho dato il nome di «errore di Rabatta».
Non intendo ripercorrerla integralmente qui. Ci interessa piuttosto osservare un dato nuovo: l’intervista del 2019 rende molto meno astratto uno dei suoi possibili presupposti.
Quella mattina, alle Fontanine di Rabatta, sarebbe stato possibile esserci senza farsi notare.
Perché quella telefonata rimase sullo sfondo?
Resta allora un ultimo interrogativo.
Se oggi questa telefonata appare tanto anomala, perché non divenne uno degli elementi centrali dell’indagine?
Una possibile risposta sta proprio nelle parole di Giovannini: «Nessuno si rendeva conto di quello che era successo».
Nel 1974 si indagava su un duplice omicidio isolato, violentissimo, apparentemente concentrato soprattutto sulla vittima femminile. Non esisteva ancora una serie del Mostro di Firenze con la quale confrontare comportamenti, oggetti spostati, eventuali comunicazioni o possibili interventi successivi dell’autore.
Quando, sette anni dopo, Rabatta entrò nel nuovo quadro seriale, l’attenzione si concentrò inevitabilmente su elementi enormi: la stessa pistola, lo stesso munizionamento, i nuovi duplici omicidi, l’escissione del pube della vittima femminile e la prospettiva improvvisa di un autore che aveva già colpito più volte.
Non possiamo sapere quale significato ogni singolo investigatore attribuì allora alla chiamata.
Possiamo però tornare oggi a quella giornata e porre nuovamente le domande che gli atti lasciano aperte.
Come sapeva il chiamante dove si trovava la borsetta?
Perché telefonò alla caserma invece di rivolgersi ai Carabinieri presenti sul posto?
Perché nessuno rivendicò mai quella chiamata?
E, soprattutto:
perché era così importante che quella borsetta venisse trovata?
Sono domande. Non risposte.
Ma a distanza di più di cinquant’anni, la videointervista di Paolo Cochi ad Aldo Giovannini aggiunge un elemento che merita di essere conservato: la voce di un uomo che quella mattina era lì, in mezzo alla gente, e che molti anni dopo, quando il discorso arriva alla telefonata anonima, preferisce non completare il ragionamento.
«Poche parole; ci siamo capiti.»
Nota finale
Le considerazioni contenute in questo approfondimento hanno carattere storico, critico e documentale. Non intendono attribuire responsabilità personali ulteriori rispetto a quanto accertato o discusso nelle sedi giudiziarie competenti, né sostituirsi agli accertamenti compiuti nelle sedi proprie.